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Senza Filo Music Contest: quarta eliminatoria

Quarto e ultimo atto del Senzafilo. Non potevamo non immaginare un finale in bellezza, anzi di bellezza. Il bello infatti esiste, e l’abbiamo davvero toccato con mano. I due gruppi concorrenti hanno regalato forse la più bella serata di tutte le edizioni del Senzafilo.
Ad affrontarsi, come sempre, due formazioni. Da un lato la chitarra di Valentina Fortunati e il sax di Sigi Beare, dall’altro lato la chitarra e la complessa strumentazione degli Acoustic Spirit Duo.

Apre la serata una formazione pisana che già conosciamo, i Miriam Mellerin. Nell’insolita veste di una disidratazione acustica del loro repertorio, si presentano come capaci dal punto di vista tecnico. La batteria e le chitarre svolgono bene il loro lavoro. Ma l’impressione è che non abbiano fatto poi molto per “adattarsi” all’ambiente. Hanno pagato pesantemente l’assenza di amplificazione, soprattutto dal punto di vista vocale, infatti la voce del gruppo non ha mai convinto. Il cantante seguiva un po’ la maniera dei Timoria, ma senza possederne la potenza, e neanche -a dirla tutta- la capacità di sfumature. Il pubblico era distratto durante la loro esecuzione, non sono riusciti ad entrare troppo nello “spirito senzafilo”.

Ben altra atmosfera è stata regalata dal primo duo, la livornese Valentina e l’inglese Sigi, splendido incontro tra due personalità di grande spessore artistico. Io ho avuto la grana di essere giurato nella serata, e pertanto li ho seguiti nota dopo nota, assolo dopo assolo. L’esecuzione è di una dolcezza inusitata, contribuisce a questo anche l’uso di una “sordina” al sax, che evita allo strumento di dominare troppo sulla chitarra. La Fortunati fa mostra di una tecnica egregia di finger picking, capace di un buon dialogo con il sax. Spaziano anche come registri, muovendosi tra momenti “intimistici” e coloriture bossa nova, alle volte anche all’interno dello stesso brano. Dei cinque pezzi eseguiti, quattro sono loro. Quindi la lode va anche alla capacità di composizione delle due musiciste. Unica nota dolente, purtroppo, è sulla presenza scenica. Forse per via della tensione, o per timidezza, le ragazze eseguono i pezzi e basta, non intrattengono alcun rapporto con il pubblico, neanche un saluto iniziale o finale, o due parole di presentazione. In un contesto come il Senzafilo, considerando la vicinanza fisica tra musicisti e pubblico, non è molto saggio tenersi sulle proprie.

Gli Acoustic Spirit duo entrano in scena in modo piuttosto istrionico. Una chitarra suona in sottofondo dietro le quinte, ed entra un personaggio vestito con frac, una cravatta più storta della torre di Pisa, ed esordisce con un gioco di parole sul tema “spettatore-aspettare”. La presentazione promette bene, perché suggeriscono una spigliatezza con il palcoscenico e con il pubblico tipica di chi porta letteralmente la musica nelle strade, la sacra arte dei buskers. Alla chitarra Valter Tessaris rivela capacità davvero notevoli di finger picking e tapping, dall’altro lato Maurizio Stefanizzi si destreggia con ubiquità manuale su diversi strumenti, tra cui spicca il suono del Caisa, strumento d’invenzione tedesca che potrebbe ricordare una steel pan. Il suono è davvero splendido, fa tornare alla mente il timbro del calipso. Ma tra la strumentazione c’è anche un cajon (strumento a percussione) didgeridoo, triangoli, tubi, e armoniche a bocca. C’è molta ironia nei nomi dei pezzi, tra cui spicca una “Casta banana”. Tutti i pezzi rivelano un groove trascinante, forse qualche volta vanno fuori tempo, ma sono pecche trascurabili. Ci sono anche dei momenti di virtuosismo della chitarra, mai fuori luogo, e una capacità di dialogo sempre molto serrata tra i due musicisti…che culmina nel penultimo pezzo, quando entrambi giocano di percussioni, uno sul cajon e l’altro sulla cassa della chitarra. Molto originale l’impostazione del brano finale, che regala un duetto tra chitarra e didgeridoo, quest’ultimo nel ruolo di basso continuo. I due artisti, mentre suonano, ridono, scherzano, si prendono in giro, dialogano con il pubblico, e questo rende l’intero spettacolo davvero molto “veloce”. È come se ci trovassimo in una piazza, e le distanze tra artista e pubblico fossero del tutto annullate.

Davvero ardua la scelta tra due formazioni del genere, entrambe capacissime dal punto di vista tecnico e compositivo. La mia scelta, personalmente, penderà di poco a favore degli Acoustic Spirit duo, ma più o meno sarà l’orientamento generale della giuria, che infatti farà passare l’eliminatoria proprio ai nostri artisti di strada. Detto ciò, mi è dispiaciuto molto che il duetto Fortunati-Beare non andasse in finale, e non per una questione di “consolazione”, ma perché tecnicamente sono il gruppo migliore che si sia visto nell’edizione di quest’anno. Speriamo vivamente di rivederle da queste parti.

Dopo l’esibizione dei due gruppi in gara è il momento di Giorgio Canali, che per l’occasione si presenta sul palco del Senzafilo con una semplice chitarra acustica e delle armoniche. In una chiesa sconsacrata, l’esordio di Canali non poteva che essere una bestemmia, un porcod** che per lui funziona più o meno come il LA per un’orchestra sinfonica. Presenta in versioni disidratate alcune delle perle dei suoi vecchi album, ma anche alcuni pezzi del recentissimo “Rojo”, un disco di vera rabbia. Infatti la rabbia c’è tutta nella sua voce, sempre sull’orlo di spezzarsi. Manda a cagare il bel canto Canali, questo lo sapevamo, e d’altra parte come si potrebbe cantare in modo distaccato “Regola #1: sfasciare tutto!”. Anche “La solita tempesta”, pur senza il sostegno della voce della Baraldi, è una gran bella canzone. La prima fila canta nel momento in cui Canali intona una sofferta “Lezioni di poesia”. Sempre dal penultimo disco tira fuori due bellissime versioni di “Messico senza nuvole”, e una chiusura magnifica con “Nostra signora della dinamite”, con il featuring dei due musicisti dell’Acoustic Spirit Duo alle percussioni e all’armonica. In nostro Canali purtroppo aveva perso la sua armonica per i solo, e ha trovato una validissima spalla in Maurizio Stefanizzi, che ha dato una suggestiva coloritura di wilderness americana al pezzo.

Dopo l’annuncio del gruppo che ha passato l’eliminatoria, andiamo a complimentarci con i gruppi, e abbiamo fatto con loro qualche chiacchiera. Riusciamo anche a intercettare Canali, che ci regalerà l’intervista più iconoclasta che Radioeco abbia mai fatto. Noi ve la facciamo sentire, con l’augurio che non buttino fuori a calci in culo dalla facoltà di Economia. Da questa intervista però abbiamo capito una cosa: dobbiamo ascoltare di più Jovanotti.

Giuseppe F. Pagano – redazione musicale

foto di Alberto Martini (www.albertomartini.com)

 

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