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Giampaolo Simi: tutte le storie cominciano con l’assenza

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Con Simi è cominciato tutto per caso, grazie a Google e al Pisa Book Festival 2015.

Che poi i motori di ricerca sono un po’ l’inizio di ogni storia da quando Internet non va più alla velocità di 56K e anche ai ‘lenti’ è permesso di poter millantare cultura, finalmente. Non da meno è stata la curiosità, l’interesse quasi smanioso di scoprire se anche ad uno con un cognome di quattro lettere è dato di scrivere libri; se non è vero che ‘nome nomen’ e che quindi i limiti naturali di un cognome da quattro lettere possono essere abbattuti, vinti sul finire della quarta pagina, all’inizio della quinta di un romanzo.

Ora, io mi chiamo Benedetta quindi dovete immaginarvela come una questione che è diventata un imperativo morale: ho portato molti più guai che benedizioni come invece avrei dovuto e per questo non mi dispiace sapere di non essere la sola sorda al richiamo del DNA. Immaginando una discussione con Simi quindi, gli ho concesso di essere un uomo diretto, così da non creare troppa confusione. Siamo tutti settati sull’idea che la prima impressione sia l’80% del pensiero che ci porteremo di una persona, nutriamo anche delle aspettative al riguardo e almeno speriamo che queste non ci deludano. Una discussione dicevo, da bar e priva di convenevoli con Simi, con Giampaolo: nessuna sproporzione da rapporto maestro-allieva, nessun inutile dibattito sulla nocività dell’aspartame invece che lo zucchero di canna nel caffè (OMS, dobbiamo volerci bene: non l’ho mica detto io che tutte le cose umane hanno un inizio e hanno una fine; tu pensa al tuo che a cosa mettermi sulla tavola ci penso io), niente commenti sulla e della critica ed avendo bypassato pure i discorsi da ‘quanto tempo ti ci è voluto per scrivere i ringraziamenti?’, non ci è rimasto nient’altro che la copertina di cui parlare.

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”Cosa resta di noi” è un noir in cui nessuno sembra capace di fare la cosa giusta eppure la risposta è sotto i nostri occhi, personaggi inventati e veri, protagonisti e lettori, in prima pagina e prima ancora che cominci a svolgersi la sequenza di errori che compone il tutto dell’intreccio ecco il mare Viareggino. Perché, a questo punto caro Simi, tu la pensi come me: il mare può.

Può un’immagine più di quanto può una parola perché solo quello che si vede è verità.

E quando sei uno studente fuori sede ti lasci salvare da quello che incontrovertibilmente c’è; i traguardi sono sogni ma sono troppo lontani.

Quante volte il vino scadente di uno sconosciuto ci ha fatto svoltare la serata in piazza dei Cavalieri? Una sera un sardo me ne ha rovesciato un bicchiere su una giacca bianca. Abbiamo riso. C’eravamo entrambi in quel momento.

La presenza come cura alla distanza fisica e mentale è un concetto semplice: per ogni letto caldo ce n’è un altro in una stanza troppo grande-troppo umida, per ogni mamma in cucina c’è un pacco di 20 kg fuori dal cancelletto, per ogni spiaggia con la sabbia ce n’è un’altra di sassi.

In questi anni non ci sono state le mie onde, non c’erano i lidi deserti dei miei inverni, non i volti delle famiglie, degli amici la domenica sul lungomare, neanche l’umidità mi è mai sembrata la stessa. Però ci sono sempre stati i “ma. Quelli che un’altra chance ad un posto nuovo e che non ci appartiene la vogliono dare comunque, e negli anni hanno accumulato argomentazioni a loro favore, hanno costruito minuziosamente un’immagine del presente che è bella così com’è. Bella con le spiagge riservate, bella col nuovo porto non sempre riscaldato dal sole, bella perfino coi sassi bianchi e scivolosi e scomodi e così tanti che sembrano un ostacolo al mare e invece stanno lì a capire quanta voglia c’hai davvero d’arrivare a vederlo, il mare.

simiImmagini frammentate che se si disperdessero, peggio, se le cancellassimo, rischierebbero di far perdere senso al viaggio, al risultato completo. E chi vive nei libri lo sapeva già che sarebbe andata così; lo sapeva che gli inverni sul Tirreno non erano poi così male, i toni più cupi non hanno mai tolto alla natura bellezza, sono solo segno di un cinismo che va trapassato da parte a parte perché la nuova vita abbia veramente inizio. E’ stata un’operazione difficile ma penso di aver cominciato a capire che è tenendo tutto insieme che si riesce a stare bene al mondo.

Ho iniziato a scrivere questo articolo prima ancora di incontrarlo davvero Simi al PBF, non volevo mi convincesse delle sue idee né io volevo fare delle sue le mie, volevo ci fosse uno scambio, col massimo rispetto, delle nostre opinioni e delle nostre esperienze. Mi ha detto che Viareggio è davvero la chiave, che il suo mare è la linea in cui convergono assenza e presenza in un solo tutto che è fondamentale per arrivare alla fine del romanzo. Mi ha detto che se ci si vuole arrivare non bisogna affrettare il viaggio, lui, dice, è un uomo da piccoli passi.

Bingo.

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