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Speciale Demography Gusville Dischi: fra proto punk, emo-hardcore e new wave di cinque anni di produzione.

La Gusville Dischi è un’etichetta discografica che vuole decidere per sé stessa, vuole essere libera di scegliere cosa suonare e come suonarlo, senza censure, senza intenzioni speculative lucrose, senza vendere l’anima al diavolo per spacciare dischi come automi, tutt’al più per suonare come Robert Johnson, ma non ci giurerei perchè ascoltando gli Ep registrati beh..non penso ne abbiano un estremo bisogno.
Demography per cui ha deciso di uscire con un numero speciale dedicato alle produzioni di questa stoica etichetta ascoltando quattro album che avevano in archivio, questo è quello che abbiamo scovato.
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Partiamo dai Mendoza, sono quattro e sono dolcemente, inequivocabilmente proto-punk.
Già nel primo Ep Bubba Bubble Go! Go! Go! del 2011 si respirava aria di Ramones con retrogusto di Beach Boys, di italiano grazie al signore non c’era già niente, con l’ultimo ep uscito nel 2013 “Capo Portiere” danno completa autonomia al progetto permettendo a canzoni come I can’t surf di scatenare anche le statiche anime più ostili al movimento.
Un Ep che dura un soffio, veloce, garage, retrò, sfumato ed annebbiato.
Un ep che ti fa ancora sperare in qualcosa, aspettando di più.

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I Paalsa sono dei geni del marketing.
La copertina del loro primo Ep “Cerbiatto” altro non è che l’animale stesso, il fratello empatico di Bambi, con occhi ben più grandi ed emotivamente più instabili ti fissa mentre ascolti le brevissime cinque tracce del demo.
Nel momento esatto in cui parte la prima Le morti di Iolao non puoi evitare di sorridere, per decenni hai odiato l’animale a causa di traumi infantili arrecati dal cartone, eppure improvvisamente perdoni Walt Disney, capisci che la band emo-hardcore di Aprilia è stata in grado di esprimere il suo disagio.
Quel contrasto fra l’immagine idilliaca e bucolica e l’esplosione che senti nelle cuffie, l’arroganza con la quale non permettono a chi ascolta di capire i testi, e l’estrema velocità, il soffio in un secondo che ti trasmette l’urgenza.
Tutto questo in un cerbiatto.
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I Real Beauties hanno registrato il loro Ep di tre brani in casa, sono freschi, sono tendenzialmente new wave, sono i Beatles che incontrano David Bowie grazie a Lou Reed, ma allo stesso tempo si avverte anche una forte valenza di contemporaneità.
E sospetto che brani come Baby don’t die nascano proprio con l’intento di creare qualcosa a metà strada fra quello che vorrebbero essere e quello che vorrebbero continuare a dimostrare, un sapore dalla musicalità tipica degli anni ’00 eppure col gusto pungente di una tradizione da rispettare.
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L’ultimo Ep è del 2010 ed i Radio Falafel si sono sciolti.
Immaginatevi il trauma nell’ascoltare i 15 minuti scarsi di Ep, entusiasmarmi, sentire nella cantante un esplosione di novità, qualcosa di potenzialmente buono in un contesto musicale tendente alla deriva.
Immaginatevi dopo questa montagna di speranze ed occhi che brillano quanta delusione si può provare nel constatare che no, è tutto finito.
Se ne prova tanta, ma l’eredità che hanno lasciato in sei brani istantanei, prepotentemente esplosivi e forse anche liberatori riesce a mitigare e tamponare un po’ l’amaro in bocca, Russian affair?
Se posso, una bomba.
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Chiara Manera

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