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Speciale Demography interviste: Crayon Made Army e il loro album d’esordio Flags

CMA shooting 2015-1168
Abbiamo fatto una chiacchierata con i Crayon made army, abbiamo parlato del loro album d’esordio uscito il 23 febbraio Flags, abbiamo parlato del panorama italiano indipendente, abbiamo parlato di social network, ed ecco il risultato.

- Intanto partiamo con una domanda abbastanza scontata, siete nati come Music Pusher nel 2010 con l’album “Far into the night”, come mai questo cambiamento e da dove nasce il vostro nuovo moniker?

Grazie per la domanda, sai, non è per niente scontata come non lo è stato il processo di cambiamento che abbiamo affrontato prima e durante la lavorazione del nuovo disco. Nel 2010 eravamo interessati alla sperimentazione Audio/Video puntavamo ad un ambiente musicale ancor più di nicchia rispetto ad ora, che era quello delle performance e degli happening. Le nostre risorse musicali erano elettronica e rock. C’era una certa atmosfera oscura tanto che il primo prodotto tangibile di quel periodo è stato un disco che si chiama Far Into the Night (fino a notte fonda). Col passare del tempo ci è cambiato il mondo intorno e siamo cambiati anche noi. Iniziando a scrivere pezzi per un progetto successivo abbiamo fatto la conta di ciò che aveva fruttato l’esperienza passata ed analizzandola con quello che oramai eravamo ( con i nostri gusti e le nostre aspirazioni) ed abbiamo optato per una linea che può sembrare quasi opposta ma che in realtà per noi era la naturale evoluzione e direzione da prendere. Da qui è nato un nuovo nome (rubato al titolo di un pezzo che ora, in Flags, si chiama Tin Soldiers) che ci siamo sentiti più adatto.

- Il vostro album d’esordio Flags ha rispettato perfettamente le aspettative che vi eravate imposti oppure ha preso ad un punto del processo creativo sfumature diverse?

Le aspettative sono state rispettate in pieno. In questi giorni, a poche ore di distanza dall’uscita del disco, è motivo d’orgoglio accorgersi di aver prodotto un disco che è esattamente ciò che volevamo. Durante la lavorazione però sono successe così tante cose e gli eventi hanno preso pieghe così inaspettate che sarebbe assurdo dire che avevamo previsto tutto. Dall’ incontro con Paolo Mauri e Marco Cappiello e tutti gli altri musicisti che hanno partecipato al disco alla grande avventura di produrre e registrare parte del disco a Rotterdam. Nessuno lo avrebbe mai immaginato all’inizio ma questo non ha cambiato la direzione del disco, di sicuro l’ha messa più a fuoco.

- Cercando di non rinchiudere il vostro sound in un quadro di genere troppo circoscritto qual’era la vostra principale intenzione nell’includere un gioco di cori così ricercato ed elementi orchestrali a contatto con un’ elettronica dream pop?

La componente “bivocale” è stata la prima cosa certa del disco. Abbiamo costruito le melodie vocali pensando proprio ad un certo tipo di impasto perciò i pezzi sono nati già pensati per due voci che si completassero nei giri armonici e nei timbri. Riuscire a farle suonare nel giusto modo invece è stato un percorso lungo ed impegnativo durante il quale si sono aggiunti anche gli elementi orchestrali. Avremmo voluto lavorare su sezioni di archi che dessero un certo senso di chiarezza, apertura e positività, ma non siamo riusciti a farlo fino a che non siamo arrivati in Olanda. Dobbiamo molti arrangiamenti all’approccio compositivo e lavorativo di Marco e al talento di Maarten Vos che è un genio del Cello.

-Quanto conta per voi la stesura dei testi? Privilegiate il suono o appunto la parola?

In almeno due di noi l’attenzione alla componente dei testi è fondamentale. Paradossalmente il nostro approccio è cantautorale. Ci sono pezzi “fortunati” perchè nati da testi e suoni spontanei che ci hanno convinti subito (Hilum, Here, Priceless, Azimuth, My Favourite Human) Ma per altri pezzi è nato prima il suono e lì c’è stato da lavorare per trovare il giusto equilibrio tra significato e suono delle parole.

-L’album è stato registrato allo studio Sante Boutique di Rotterdam, com’è stata quest’esperienza internazionale? Avreste potuto raggiungere lo stesso grado di cura anche in Italia?

E’ Stato Marco Cappiello (Italiano Doc) a proporci di raggiungerlo nel suo studio in Olanda e questo è stato determinante per le sonorità del disco e per il respiro nord europeo ma, viste le capacità tecniche ed artistiche di chi ha collaborato con noi a Flags, a livello di cura probabilmente non sarebbe cambiato molto.

-Secondo voi il panorama indipendente italiano è abbastanza ampio o vincola un po’ gli artisti a cercare sonorità più standardizzate verso generi indie cantautorali?

E’ difficile rispondere. E’ difficile capire come nell’era dei social e della completa libertà di circolazione di informazioni ci sia ancora bisogno di parlare di “provincialismo musicale” in Italia. Tutti sembrano ascoltare tutto, o quantomeno tutti hanno la possibilità di farlo ma quando vai a stringere non ci muoviamo molto dalle formule più italiane. La maggior parte del pubblico di musica indipendente ha oramai preso dimestichezza almeno con l’inglese ma è sconcertante come in Italia non ci siano produzioni serie in lingua anglofona. E’ la più stupida delle dicotomie. C’è un panorama immenso di generi e voci interessanti ma se canti in italiano devi misurarti con una schiera di critici che come unico paragone hanno il cantautorato classico e se lo fai in inglese sei subito un marziano e secondo gli addetti ai lavori non hai un mercato (a meno che tu non faccia cover; per le cover c’è sempre spazio). Che sia un problema di strutture arrugginite gestite purtroppo ancora da gente arrugginita? Affermarsi nel panorama musicale Italiano è una lotta ed è quasi una missione suicida se si ha uno stile e un genere considerato difficile ma è una lotta che va combattuta e che alcuni hanno già in parte vinto.
CMA shooting 2015-1495
-La dimensione live quanto conta nella vostra esperienza?

Fino ad ora abbiamo concepito ogni data live come uno spettacolo diverso dal precedente. E’ stata dura perchè ogni volta c’era bisogno di adattarsi ad una struttura diversa e ad un luogo diverso. Per il live di Flags le cose hanno già preso una strada diversa. Abbiamo un live che prevede video proiezioni e scenografia ma che è comunque (e finalmente) concepito come concerto piuttosto che come performance. E già dalla presentazione del disco all’Urban Club di Perugia lo scorso 20 febbraio ci siamo resi conto che ci piace molto di più.

-Il vostro rapporto con i Social network invece com’è? Vi sentite ben inseriti nella nuova frontiera del mondo cibernetico?

Bisogna essere inseriti per forza ma mentiremmo se dicessimo che non ci piace. Ha molti lati positivi il mondo dei Social Network. E’ uno scambio continuo, spesso bello ed appagante ma anche impegnativo. Cerchiamo di approcciarci con coerenza, trasparenza e onestà nei confronti di chi ci segue, niente di più, niente di meno.

-Che cosa pensate della diffusione in forma digitale della musica attraverso Internet come Spotify? Siete legati ai vecchi supporti come Cd e Vinili e pensate che ci sia ancora un posto per loro?

Come sopra. E’ fondamentale essere reperibili Wireless. I servizi di distribuzione digitale sono fondamentali ed è giusto così, è un’evoluzione ormai necessaria. E’ altrettanto necessario però che questi cambiamenti non vampirizzino la musica, il rischio è alto. Spotify e il web in generale sono lame a doppio taglio che hanno mietuto e mieteranno vittime fino a che non si deciderà di rendere equo merito a tutte le figure coinvolte nel processo di produzione musicale. In Italia già facciamo schifo grazie ad IVA e SIAE e con l’arrivo di servizi streaming praticamente non c’è più guadagno per gli artisti. Zero. E’ un lavoro in perdita e non esiste. I supporti fisici in questo continuano ad avere il loro senso proprio perchè possono ancora essere piccole fonti di guadagno diretto (soprattutto nel mercato indie) per l’artista. Il supporto fisico sta diventando ancora più un feticcio, non c’è più spazio per il supporto classico e basta: c’è bisogno di un bell’Artwork, di una confezione fatta con materiali nuovi, anche a mano, ma che colpiscano e che facciano venire voglia di essere comprate, collezionate e questo sta dando nuova vita e forse anche un nuovo senso a qualcosa che altrimenti potrebbe non esistere più tranquillamente da almeno 20 anni.

- C’è stato un album particolarmente importante per voi che ha influito nella vostra formazione e produzione musicale?

Tanti e nessuno. Oppure tutti ma inconsapevolmente. Ne indichiamo uno a testa:
Filippo: Sigur Rós – Takk
Fabio: Bjork – Vespertine
Michele: Kraftwerk – Radio-Activity


Chiara Manera

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