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SPORT: Fischiare senza paura

In serie A continuiamo ad assistere ad arbitraggi scandalosi. I motivi, tra i quali escludo la malafede, possono essere due: o l’incapacità, che spesso tocca picchi vertiginosi, o l’eccessiva paura di sbagliare da parte dei fischietti (arbitri, guardalinee e quarto uomo, che insieme o a turno, si macchiano loro malgrado di errori pacchiani). Le due ragioni talvolta si sovrappongono. Per quanto riguarda la prima, quello che si può chiedere è una migliore preparazione e selezione della classe arbitrale da parte di che ne ha la facoltà. Per quanto riguarda la seconda questione, beh..il discorso è un po’ più lungo. Intanto, perché parlo di timore?, potrebbe giustamente chiedermi qualcuno. Ne parlo perché le facce con cui gli arbitri italiani conducono una partita non hanno eguali in Europa: gli occhi sono spesso sbarrati, fissi, le mascelle serrate, la bocca o chiusa o pronunciante parole dal tono aggressivo, che spesso è funzionale a contrastare la mancanza di rispetto dei calciatori, i quali pensano di potersi rivolgere a chi fischia in qualunque modo, con qualunque espressione. Se guardate una partita della Premier, dove gli arbitri sono spesso anche tecnicamente più scarsi dei nostri connazionali, potrete constatare un atteggiamento molto diverso dei direttori di gara: comportamenti risoluti ma concilianti, il dialogo pacato come modus operandi; ma la cultura sportiva che si respira sui campi e sulle tribune d’oltremanica nel Belpaese latita, e allora entra in scena la paura di sbagliare.

E’ il timore che porta i fischietti a non avere la lucidità e la serenità necessarie nel prendere le decisioni, e che anzi li conduce spesso ad adottare atteggiamenti tipici dell’ “arroganza da divisa”, i quali hanno l’unico risultato di peggiorare la situazione, perché questo arroccarsi sul potere derivante dall’autorità non fa altro che surriscaldare gli animi a dismisura, come sempre avviene quando ci si chiude nel silenzio di un provvedimento non spiegato.

La fetta più ampia di responsabilità da cui si origina questa paura che si impossessa delle “giacchette nere” è da dividere, in parti eguali, tra addetti ai lavori e media, che su un rigore negato o un gol annullato costruiscono (i primi) alibi per la propria squadra e per se stessi oppure (i secondi) l’audience per i propri programmi, che diventano processi sommari di lunghezza settimanale (se va bene), in cui l’aspetto strettamente tecnico e calcistico è relegato in posizione assolutamente subordinata.

Alt, non sto dicendo che non si debba protestare o arrabbiarsi per un torto subito, siamo uomini con delle passioni in fondo, e non possiamo reprimerci troppo. E non sto neanche sostenendo che tv e carta stampata debbano censurare gli errori delle quaterne arbitrali. Quanto appena scritto non prelude certo ad una conclusione di questo tipo.

A fine partita, giocatori, allenatori, dirigenti e presidenti hanno sì il diritto di sfogarsi davanti ad una telecamera e rivendicare ciò che talvolta è stato loro tolto, purché si mantenga una certa civiltà di toni e contenuti; così come è giusto che giornalisti ed esperti siano legittimati ad evidenziare il fatto che la partita sia stata condizionata o meno da decisioni arbitrali dubbie o scorrette.

Quello che stona, e risulta meschino, è fare di queste polemiche una strategia di lavoro, continuata nel tempo, e non uno sfogo temporaneo nelle immediatezze del post-gara. Per i componenti di una società di calcio questo piano d’azione può tradursi nel motto “piangere per avere”: il mantra vittimista paga sempre, soprattutto nel paese in cui si è soliti riparare ai danni con la compensazione di un favore futuro, che poco importa se poi andrà a danneggiare altri.

 

Per chi fa giornalismo sportivo invece, la business strategy si può riassumere nella formula “più litigi, più audience”: la polemica, lo strepitìo di voci che ne consegue, il tifo che continua nei salotti televisivi dopo il match, sono in grado di assicurare un’attenzione maggiore rispetto alla disamina tecnica di una partita, che interessa solo i competenti, i quali sono e saranno sempre di gran lunga numericamente

inferiori a che vuol vedere e vivere il calcio alla stregua di “Uomini e Donne”. Purtroppo comanda il dio denaro, se le tv escono dal calcio, il pallone muore. In Italia poi, cosa che non esiste in nessun altro paese europeo, ci sono un numero impressionante di quotidiani sportivi (in Inghilterra e non solo, le

pagine di sport costituiscono semplicemente una sezione all’interno di giornali generalisti). Questa giostra d’affari deve andare avanti. E però si potrebbe trovare un compromesso, limitando il giornalismo da tabloid che in Italia imperversa ovunque, ed iniziare a lavorare su un processo di educazione alla 

cultura sportiva e mediatica, da cui tutti potremo trarne benefici. Soltanto che spesso qui da noi mancano la competenza e la voglia per investire sulla strada della qualità, e dunque si ricorre alla via più facile e meno dispendiosa: quella che alimenta le vendite strillando. Su un rigore non concesso si può strillare, su un colpo di tacco e su una storia da raccontare no, quelli si possono godere e ammirare in silenzio o a bassa voce. Ecco perché credo che questo gioco sporco

difficilmente finirà, almeno che una cultura sportiva sempre più diffusa tra la gente e nella gente non spazzi via i contenuti attualmente dominanti nel mainstream sportivo. Per far questo, dobbiamo lavorare tutti, senza riserve: mondo del calcio e media. Se faremo un buon lavoro, allora anche gli arbitri inizieranno a fischiare senza terrore negli occhi, e probabilmente sbaglieranno molto meno.

 Andrea Salvini

Redazione Sportiva

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