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St. Vincent – Live Report (Mojotic Festival 15)

La terza data del Mojotic Festival 2015 prevede l’esibizione di St. Vincent, per un live di puro art-pop.

Giusto per evitare che me lo dimentichi: Sestri Levante è un posto bellissimo. È bene che lo specifichi subito, altrimenti mi viene a mente a fine articolo e poi non so più dove infilare la frase.
Parlo di Sestri Levante perché è lì che si svolge il Mojotic Festival 15, più precisamente nell’ex-Convento dell’Annunziata, all’interno della meravigliosa Baia del Silenzio. Una location suggestiva, come si dice in questi casi, che non molti festival possono permettersi di sfruttare.

Baia del Silenzio - Sestri Levante

Baia del Silenzio – Sestri Levante

La terza serata prevede l’esibizione di St. Vincent.
Capelli raccolti e tutina nera di pelle traforata vagamente fetish, la cantautrice statunitense si presenta con le sue inconfondibili movenze da automa. La scenografia è scarna ed essenziale, la parte attrattiva dello show è affidata alle mosse robotiche in cui coinvolge anche la polistrumentista Toko Yasuda (che veste anche la stessa tuta traforata).

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Inizia ad intonare Marrow senza proliferare parola: saluterà il pubblico più tardi, nell’unica pausa che si concede dall’interpretazione di St. Vincent, quando si mostra semplicemente come Annie (il suo vero nome è Annie Clark, ndr). Ed è proprio l’interpretazione la chiave dello spettacolo di St. Vincent, anzi, della sua carriera in generale. Negli anni ha creato un’entità, o meglio un’identità che richiede applicazione e immedesimazione totale. I cambi di look, l’atteggiamento distaccato ma mai freddo, l’aspetto androgino e il giocare con la propria sessualità: ricorda qualcosa. Non è un mistero che la cantante di Tulsa si ispiri profondamente al Duca Bianco di Scary Monsters. E come lui, quando sale sul palco trabocca di carisma e personalità. IMG_5657

Cruel viene eseguita come quarta, subito prima di Digital Witness, singolo dell’ultimo omonimo album del 2014. Le coreografie proseguono reiterate, poiché ad ogni strofa corrispondono certi passi che vengono regolarmente eseguiti in quelle successive. Sembra di assistere ad un videoclip, tanta è la precisione maniacale della ripetizione. Ogni dettaglio dello show è studiato proprio per suscitare una sensazione di impersonalità, di automaticità, che contrapponendosi al calore umano delle sue composizioni, va a creare un contrasto ossimorico di grande impatto visivo ed emozionale.

In Prince Johnny St. Vincent mostra il suo lato da diva retro, più malinconica e vulnerabile, meno aggressiva ma sempre molto affascinante. Perché il suo è un art-pop raffinato e sfaccettato, declinabile a seconda dell’umore dell’interprete. Altro momento meritevole: gli scatti isterici con cui maltratta la chitarra, come una gatta che mostra le unghie, con cui regala squarci sonori deliziosi, mai fuori contesto o gratuiti. IMG_5624

La travolgente digressione metal di Huey Newton conclude il live, prima che l’encore dell’accoppiata Jesus Saves, I Spend e Your Lips Are Red ci facciano definitivamente innamorare di Annie.

Il posto, come già detto, è delizioso e molto intimo, ma la sensazione è che tra qualche anno, anche in Italia, le prossime esibizioni di St. Vincent si dovranno svolgere in luoghi ben più ampi, perché il pubblico è destinato ad aumentare. E lei, con la sua delicatezza, riuscirà comunque a mantenere quella sensazione di piacevole intimità tra la folla e un malinconico cigno nero.

Sul finale, un regalo ai fan:

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