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St. Vincent, “St. Vincent” – Artwork della domenica

La maratona sanremese è finita ma vi ha lasciato sfiniti? Per fortuna è domenica, e domenica, lo sappiamo bene, vuol dire artwork! Parliamo un po’ della talentuosa Annie Clark, e del suo stupendo album che porta il suo nome d’arte, “St. Vincent”.

artworkstvincent2

Se non sapete chi è St. Vincent, innanzitutto è un peccato, ma proverò a spiegarvelo in poche parole prima di arrivare all’artwork del suo ultimo disco. Annie Clark, questo il vero nome della cantautrice statunitense, è una polistrumentista davvero talentuosa, una compositrice e donna dalle mille idee. Ha debuttato nella band di un altro nome da poco, Sufjan StevensThe Polyphonic Spree, per poi lasciare e intraprendere la sua carriera da solista. Il suo primo album risale al 2007, Marry Me, da allora è stata una carriera perlopiù in ascesa, perché Annie Clark ha la grandissima capacità di non essere banale, in niente, cosa che ha notato anche quel simpatico signore, David Byrne, con il quale ha registrato un disco, Love This Giant. Come se non bastasse, Annie sta per debuttare al cinema con un film horror, xx, del quale ha curato, insieme ad un team, sia la regia che la sceneggiatura.

Nel tempo libero che fa Annie Clark? Sempre se ce l’ha. Le persone normali guardano serie Tv, leggono un libro, escono, nel caso peggiore scribacchiano qualcosa su un foglio. Annie Clark no. Lei disegna modelli di chitarre pensate appositamente per le donne. Mille ne pensa e centomila ne fa! E come se non bastasse va in tour, seguiva la sua ex, Cara Delevigne alle sfilate, mentre ora, i gossip dicono che abbia fatto perdere la testa a Kristen Stewart (e mettiamocelo un po’ di gossip).

artwork St. Vincent performs in Oakland

Dopo questa piccola parentesi torniamo alla musica, a quel piccolo gioiello che è St. Vincent. L’album è stato pubblicato nel 2014 per Loma Vista/Universal, ed è stato accolto come il capolavoro che è! Effettivamente St. Vincent è un po’ la vetta più alta raggiunta dall’omonima artista, che in dodici tracce alterna beat martellanti e distorsioni a canzoni più liriche ed oniriche. Di sicuro la collaborazione precedente con David Byrne ha influenzato moltissimo il lavoro di St. Vincent (anche nella teatralità un po’ plastica dei suoi live che ricorda quella dei Talking Heads), che è maturata e ha sfornato un album come questo imprevedibile, ma allo stesso tempo lineare. Annie Clark riesce a comporre qualcosa di estremamente complesso, un mix in cui gli ingredienti sono eterogenei, ad esempio c’è il pop (anche nel linguaggio), il funk, l’elettronica, il prog, tutto in un frullatore di saliscendi, di accelerate e arresti vorticosi.

D’altronde che sarebbe stato un album particolare bisognava aspettarselo anche dalle parole della stessa St. Vincent “I wanted to make a party record you could play at a funeral”, una descrizione che un po’ bizzarra, in effetti. E lo scopo e l’effetto del disco è quello di ridere un po’ in faccia alla tragedia, alla morte, accettare il dolore provocato dalle persone, dalle relazioni, in un momento storico in cui ci si interfaccia soprattutto dietro uno schermo, e da uno schermo si cerca e si ascolta anche la sua musica.

artworkst.-vincent

E arriviamo finalmente all’artwork di questa domenica. La protagonista è lei, St. Vincent, con un cambio di look efficace, inaspettato e perfettamente inserito sia nello stile dell’artwork, sia dell’album. Annie ha cambiato colore, i suoi capelli da neri sono diventati bianchi, ricci scomposti, elettrici, tesi che ricordano molto sia quelle streghe dei fantasy anni ’90, sia Albert Einstein (al quale Annie si è realmente ispirata). Il vestito, viola e blu, illumina la sua figura longilinea che è seduta in modo regale su un trono, posto al centro dell’artwork. La perfetta simmetria degli spazi dell’artwork, dona alla figura di St. Vincent una certa austerità, una serietà tipica di una regina, o forse di un cattivo della Disney. Tutto questo è ambientato in quello che pare una stanza futuristica, i motivi geometrici delle pareti sembrano volerci trascinare nel palazzo di un’altro pianeta, di un cybermondo, coerente con la traccia dell’album Digital Witness.

Al centro c’è quindi una St. Vincent arcigna, seduta su un trono rosa di plastica, matrona dell’artwork che ha deciso di dare il suo nome a questo disco, cosa di per sé strana, dal momento che di solito gli artisti scelgono la via del disco omonimo per il debutto. Perché questa decisione? Perché St. Vincent è più che mai quello di cui si parla nell’album. Al centro ci sono le sue paure, le sue sensazioni, quelle di una figura imperatrice il cui nome appare nell’artwork in tre lettere STV, scritte in una grafia anche qui non terrestre, ma regale, dorata, che richiama le rune di Tolkien. La S è formata da due anelli, la T da quella che sembrerebbe una croce, ma in realtà son due T, una capovolta sull’altra, e infine la V più semplice da riconoscere. Tutto l’artwork appare come una continua citazione al fantasy, in una veste digitalizzata.

Dopo quella che sembra un’ovazione a Annie Clark (e in fondo lo è), vi lascio all’ascolto di St. Vincent (Deluxe Edition).

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