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Steven Gerrard ed il Liverpool: l’ultima volta di un binomio perfetto

Quando ad un giocatore viene associato automaticamente un colore, uno stemma, una maglia, vuol dire che quel giocatore ha fatto qualcosa di importante, qualcosa di storico, che è rimasto nei cuori e nelle menti di quegli appassionati – inglesi in questo caso – che seguono una determinata squadra, la tifano e l’amano. Se in più quel giocatore rappresenta l’anima del più glorioso team d’Inghilterra essendone anche il capitano, la cosa raggiunge livelli di venerazione sportiva. Tutta in salsa Reds. “L’uomo della finali” l’hanno soprannominato perché quando c’era la grande occasione lui segnava sempre, e di finali questo qui ne ha giocate tante. Trascinando in molti casi a sollevare il trofeo, quel simbolo di vittoria che era sua responsabilità mostrare alla gente della parte rossa del Meyserside. Che si trattasse di una Coppa di Lega o di una Champions League. A 18 anni ha esordito in Premier League, a 23 anni è divenuto il capitano del Liverpool ma è in Turchia durante una serata di maggio a 25 anni contro il Milan che Steven Gerrard ha deciso di entrare nel mito “Reds” trascinando alla vittoria quella che sembrava già una vice-campionessa d’Europa dopo il primo tempo. Una partita leggendaria e drammatica. Da 3-0 a 3-3 con vittoria ai rigori degli inglesi. Per capire meglio quello che è stata quella notte potremmo provare a chiedere ad un tifoso del Milan cosa rappresenti sportivamente Istanbul 2005, probabilmente vi risponderà: “È ancora una ferita aperta”. Ne giocherà un’altra di finale di Champions League, sempre contro il Milan. Stavolta perdendola.

Steven-Gerrard-Anfield-Highs-and-LowsA Liverpool ha lasciato due Coppe D’Inghilterra, tre Coppe di Lega Inglesi, due Community Shield, una Coppa UEFA, due Supercoppe Europee, una Champions League. Una carriera leggendaria per quello che senza dubbio è il più grande rappresentante della città dei Beatles dal momento della sua creazione. Eppure anche lui, come molti altri prima, non è riuscito a spezzare quella maledizione che sembra essersi abbattuta su Anfield Road dal 1990, anno dell’ultimo campionato inglese. Nel 2014 il campionato sembrava certo ma una “scivolata” a tre giornate dalla fine ha vanificato tutto. Quel pallone è scivolato beffardamente proprio da sotto i piedi di colui che doveva riportare sotto la “Kop” un titolo atteso da 25 anni e che ancora in quella parte d’Inghilterra aspettano. L’unica cosa certa è che non sarà lui ad alzare quel trofeo.

gerrard-7-1030x615Nella storia del calcio ci sono stati professionisti che più di altri hanno incarnato lo spirito delle squadre in cui giocavano. Paolo Maldini nel Milan, Alessandro Del Piero alla Juve, Valentino Mazzola nel Grande Torino soltanto per fare alcuni nomi. Gerrard ha incarnato la grinta mista a romanticismo che si cela dietro alla casacca rosso di Anfield Road e dietro al coro più famoso del mondo calcistico. Quel “You’ll never walk alone” che gli è stato dedicato per centinaia di partite e che sicuramente lo accompagnerà pure nella sua ultima avventura sportiva americana a Los Angeles, dove potranno ammirare da vicino quel carisma da leader nato e quel destro fatto di potenza ed eleganza che lo ha reso uno dei centrocampisti più completi della sua epoca. Un centrocampista che come altri suoi connazionali del passato, potrei nominare Lineker o Shearer, non ha conquistato nulla con la propria nazionale.

Quando nel gennaio del 2015 annunciò il proprio addio a Liverpool non potevano non esserci attestati di stima da ogni angolo d’Inghilterra. Ad Anfield Road, per l’ultima partita, ha presa vita la coreografia più bella che si ricordi nei pressi della Kop. Sicuramente la più bella degli ultimi anni. Tra tante forse la migliore manifestazione di stima è arrivata da una delle autorità calcistiche più influenti. Uno che non parla mai a sproposito e che, in quel momento, ha incarnato perfettamente il pensiero di ogni allenatore ed appassionato calcistico d’Europa. “Steven Gerrard è uno dei miei più grandi rimpianti, mi mancherà”. Firmato Josè Mourinho.

 

Giacomo Corsetti per RadioEco

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