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Sting – Live Report ( Pistoia Blues 2015)

StingLa 36^ edizione del Pistoia Blues si è conclusa con un ospite d’eccezione: Sting ha lasciato tutti a bocca aperta e noi eravamo in prima fila a goderci lo spettacolo!

 

Arriviamo con largo anticipo, per piazzarci in prima fila proprio sotto il palco. Vogliamo che non ci sia assolutamente niente che intralci la vista tra noi e Sting. Poco dopo i cancelli si aprono e vediamo centinaia di persone che corrono verso di noi e si fiondano a prender posto anche loro tra le prime file. Probabilmente per la prima volta durante questa edizione del Pistoia Blues, piazza duomo vede persone di tutte le età: vicino a noi bambini, ragazzini, giovani, adulti e anche anziani. Una ragazza guarda entusiasta il palco, osserva ogni strumento e le si illuminano gli occhi quando vede un basso in fila davanti ad altri strumenti: “È lui!” urla, riconoscendolo.

Ad aprire le danze James Walsh (ex frontman degli Starsailor, band inglese con all’attivo 4 album) che in una mezz’oretta presenta il suo primo album solista “Turning Point” uscito l’anno scorso e per il resto della sua vita potrà vantarsi urlando ai sette venti “Ebbene sì, ho aperto il concerto di Sting!”Sting

Ma le 9 mila persone in piazza duomo sono lì per un altro motivo. Dopo un veloce cambio palco, tra prove di luci, strumenti da sistemare e
un’asta di microfono da alzare prendendone le misure con il metro in modo da farla arrivare precisamente all’altezza giusta del mostro sacro, alle 21:30 in punto le luci si spengono, per riaccendersi qualche secondo dopo all’ingresso dei musicisti. Manca solo il basso, che entra in scena con l’esplodere delle urla della folla all’entrata sul palco di Sting.

A “If I Ever Lose My Faith in You”  l’onore di aprire la serata. Se pochi conoscono Sting come Gordon Sumner, ancora in meno se lo aspettavano con una barba degna dei migliori (o peggiori?) hipsters, è sconvolgente quasi quanto sarebbe per un bambino vedere Babbo Natale senza barba. Ma se in viso non è riconoscibile, non lo stesso si può dire del fisico: pettorali e bicipiti da far invidia a qualsiasi ventenne palestrato.

StingAnche l’entusiasmo è lo stesso di sempre, suona con la stessa carica di quand’era il giovane frontman dei Police. La nostalgia lo porta ad alternare vecchi pezzi della band, sciolta da ormai più di trent’anni, a i suoi più celebri brani da solista: da “Every Little Thing She Does Is Magic” a “English Man In Newyork”, fino ad arrivare alla cantantissima “Walking On The Moon”, la gioia degli spettatori si fa sentire soprattutto durante i pezzi storici dei Police. Se le nostre orecchie erano abituate a sentire quegli storici brani suonati dalla band originaria, non possono che rimanere soddisfatte dai suoni di Dominic Miller (chitarrista argentino già con Tina Turner, Bryan Adams e molti altri), David Sancious (tastierista già nella E-Street Band e con Santana), Vinnie Colaiuta (batterista di origini italiane che ha lavorato con tutti i più grandi: da Joni Mithcell a Frank Zappa passando anche per molti celebri artisti italiani), Jo Lawry (cori) e Peter Tickell (al violino elettronico).

A dei musicisti che vantano delle migliori collaborazioni non si può non lasciare spazio e Sting non pensa due volte a mettersi da parte per assoli di chitarra, batteria, tastiera, un’intonatissimo canto che quasi sfiora “il gran concerto nel cielo”, per poi ritornare in scena e dar vita a battaglie musicali tra basso e tastiera prima di tutto, basso e violino elettrico subito dopo.

Non possono mancare gli applausi su “Shape Of My Heart” e i cori su  “De Do Do Do, De Da Da Da”, Stingmolto originale il matrimonio tra “Ain’t No Sunshine” di Billi Whiters e “Roxanne”. Il momento che tutti aspettavano arriva verso la fine: non poteva di certo mancare in scaletta “Every Breath You Take”. Mi volto nel buio a osservare le facce degli altri spettatori, quasi come ama fare Amélie Poulain al cinema, e non posso far a meno di notare gli occhi lucidi e le espressioni soddisfatte, come quelle di un bambino che va a Disneyland e incontra i suoi idoli che fino a quel giorno ha visto solo sul piccolo schermo. Così, dopo chiacchiere in un’italiano niente male, Sting ci sussurra la buonanotte con “Fragile” e, nonostante i suoi sessantatre anni, non ci dà l’addio, ma ci saluta con un’ “Arrivederci” dall’accento britannico, lasciandoci dopo un’ora e quaranta con 19 pezzi live che nessuno potrà mai venirci a rubare dai meandri dell’ippocampo dei nostri cervelli.

Live report di Adriana Vernice

Qui il report fotografico completo di Michela Biagini e Adriana Vernice

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