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[storytelling] chiedete, e vi sarà danno – capitolo 2

chiedete e vi sarà danno 2(Leggi il Capitolo 1 qui)

Chiedete, e vi sarà danno cap. 2

1) Domanda d’elezione

Questa è una storia vera.
Che è successa. Per questo posso raccontarla.
Ma non pensare che sia una storia in cui si ride e si piange.
Se vuoi capire esattamente quello che non ho provato io mentre la mia vita mi accadeva, devi prendere un pensiero forte, uno di quelli che proprio non riesci a controllare e devi mettertelo in testa.
Sii distratto. Se ad un certo punto ti capiterà di chiederti “Ma come siamo arrivati qua? Dov’ero finora? Cosa mi è successo?” bene, vuol dire che sta funzionando.
Ma fammi ripetere, ancora una volta, che è meglio se fai attenzione alle domande.
Solo, se cerchi una storia con una morale, con degli insegnamenti, con delle risposte… beh, è meglio che smetti di leggere. Specialmente se cerchi un eroe senza macchia.
Questa non è la Bibbia e io non sono Gesù Cristo.

Va bene, continuiamo.

Nei primi anni della sua vita la Domanda mise in difficoltà più i miei genitori che me, ad essere sinceri.
Loro si dovettero giustificare con il maestro dell’elementari, con il politicante in piazza, col venditore ambulante dicendo che “si, si rendevano conto che quello non era il luogo adatto per una domanda del genere” e che “no loro non c’entravano nulla con quella domanda”.
Una volta un prete che aveva officiato un matrimonio commise l’errore di dire che se qualcuno aveva qualcosa da dire quello era il momento designato.
Io mi sentii legittimato a chiedere “Cos’è la morte?”.
Lui mi squadrò, in quella scomoda posizione che si assume quando si è in dubbio se si ha capito bene o se siamo vittime di una presa in giro e mi disse “ma mi stai prendendo in giro?”
Questa, vedi, è la risposta che ho ricevuto più volte nella mia vita.
Ed è avvilente, perché a ben vedere non è una risposta ma una domanda.
E la domanda la metto io.

Così ho imparato che non si deve vergognare chi non ha le risposte, ma chi fa le domande a chi le risposte non ce le ha.

Crescendo la Domanda cominciò a mettere me nei guai.
Quando avrà avuto più o meno dodici anni la portai con me in un viaggio oltreoceano. Non che avessi scelta.
Cercai di evitare ogni situazione in cui la Domanda potesse scapparmi.
Al momento di passare la dogana il gabelliere mi chiese se avessi qualcosa da dichiarare.
Devi sapere che ho sempre mal digerito questa pratica.
Sembra quasi che fino all’ultimo vogliano dimostrarti la loro magnanimità.
Sembra quasi vogliano ostentare il loro darti sempre l’ennesima ultima possibilità.
In più ogni volta che reprimi la Domanda quella si fa più pesante nella tua mente.
Così non potei fare altro che rispondere “Non ho nulla dichiarare, oltre alla mia domanda.” Sperando cogliesse la citazione.
“Che domanda?” mi rispose. Anche se neanche questa in realtà è una risposta, bensì una domanda.
“Cos’è la morte?” chiesi. E mi sentì subito molto più leggero
Lui mi squadrò, in quella scomoda posizione che si assume quando si è in dubbio se si ha capito bene o se siamo vittime di una presa in giro e mi disse “ma mi stai prendendo in giro?”
Chiamò due suoi colleghi e mentre mi portavano via mi sussurrò “L’unico modo per resistere alla perquisizione rettale è cedervi.” Aveva colto la citazione.

Una cosa per cui però sarò sempre grato alla domanda è che anche nei momenti peggiori è stata capace di portarmi all’ascesi.
Così mentre il mio antro veniva sottoposto a pratiche speleologiche io riuscivo solo a chiedermi “Chissà se morissi ora, con due dita di uno sconosciuto infilate su per il culo”

Riesco quasi a vederti.
Sogghignare.
Pensi di aver trovato una storia comica.
Pensi “ha detto culo” e ridi come i bambini.
Ma ti sbagli.
Non sai quanto.

Quando la Domanda avrà avuto più o meno diciassette anni stavo imparando a conviverci.
Presidiava sempre la mia mente, ma trovavamo spesso dei termini per un cessate il fuoco.
Solo non lasciava campo aperto per invasioni da parte di agenti esterni.

All’epoca andavamo all’università.
Una volta in particolare, mentre il professore spiegava, sentì che si preparava ad un raid.
Capì immediatamente che quella volta non avrei potuto contenerla dentro dei confini.
Se ti è capitato mai di avere dentro una domanda sai che le evenienze sociali peggiori sono quelle piene di civili in silenzio.
Perché sai che nessuno di loro rimarrà incolume.
Tutti sentiranno l’esplosione.
E tu sarai visto come il carnefice.

Della lezione di quel giorno riuscì a percepire solo degli stralci perché nella mia mente si svolgeva questa battaglia:
(Cos’è la morte?) “La lezione di oggi verterà su..” (Non pensare a cosa è la morte)
(Cos’è la morte?) “La cosa da ricordare all’esame è…” (Non pensare a cosa è la morte)
(Cos’è la morte?) Quella in prima fila mi ha guardato (Non pensare a cosa è la morte)
(Cos’è la morte?) Avrà di sicuro notato che qualcosa in me non va (Non pensare a cosa è la morte)
(Cos’è la morte?) Devo uscire da qui (Non pensare a cosa è la morte)
(Cos’è la morte?) Devo assolutamente uscire da qui (Non pensare a cosa è la morte)
(Cos’è la morte?) Calmati, a nessuno importa di nessun altro (Non pensare a cosa è la morte)
(Cos’è la morte?) Tranne se accade qualcosa d’imbarazzante (Non pensare a cosa è la morte)
(Cos’è la morte?) In quel caso hanno tutti una memoria eccezionale (Non pensare a cosa è la morte)
(Cos’è la morte?) E a te accadrà qualcosa di estremamente imbarazzante (Non pensare a cosa è la morte)
(Cos’è la morte?) Oh si, molto imbarazzante (Non pensare a cosa è la morte)

Non feci in tempo a raccogliere le forze, alzarmi ed andare via che il professore chiese: “Ci sono domande?”
Quando mi scoprì a dire “Beh io una domanda ce l’avrei…” speravo ancora per qualche incomprensibile ragione di poterne uscire illeso.
Per quanto la mia mente fosse sotto occupazione della Domanda, il corpo era mio e avrei deciso io. Per dirla alla Simone de Beauvoir.
Ormai l’attenzione l’avevo attirata. Avrei fatto un’altra domanda, andava bene anche una domanda stupida.
Bastava fosse una di quelle con la d minuscola.
“Ce la puoi fare” mi consolai.
“Questo è il momento in cui prendi in mano la tua vita” mi feci forza.
“Fai una domanda qualsiasi” mi dissi
“Cos’è la morte?” dissi alla classe.

Si erano tutti girati in contemporanea verso di me. Senza emettere un rumore.
Mi fissavano. In silenzio.
Le loro facce inespressive.
Eppure sapevo che covavano anche loro una domanda adesso.
Non sul contenuto di ciò che era stato detto.
Ma su chi l’aveva detto. Come succede sempre, del resto.
“Come ha potuto fare questa domanda?”

Il professore mi fissava. In silenzio.
La sua faccia era inespressiva.
Eppure sapevo che covava una domanda.
Poi gradualmente la sua espressione mutò in quella di chi è nella scomoda posizione che assume qualcuno quando è in dubbio se ha capito bene o se è vittima di una presa in giro, e mi disse: “Ma mi sta prendendo in giro?”
E poi uscirono tutti di scena.

Vorrei poterti dire che diventai tutto rosso.
Mi piacerebbe davvero confessarti che desiderai che la terra m’inghiottisse.
Credimi se ti dico che sarei io il più felice di poter ammettere che usai una qualsiasi di queste espressioni da letteratura per ragazze.

Invece rimasi seduto.
Non provavo vergogna.
Non provavo rimorso per aver perso l’ennesima guerra.
Non mi chiedevo sconsolato come potesse essere successo.
Piuttosto mi chiedevo: “Cos’è la morte?”

Rimuginai a lungo sulla Domanda.
Rimasi anche quando iniziò un’altra lezione che non mi interessava.
Rimasi finché non finì anche questa lezione.
Poi mi alzai e me ne andai.

3

Ci sei fin qui? Mi pare che anche se sono passati tanti anni sono stato soddisfacente nella descrizione. Anzi, probabilmente sono stato soddisfacente proprio perché sono passati tanti anni.
Se invece qualche punto non ti è chiaro.
Se invece ti chiedi “Come sono arrivato fin qui?”
Bene. Bravo.
Vuol dire che stai seguendo il mio consiglio.

Solo, per favore, smettila.
Togliti quell’espressione dalla faccia.
Non ci pensare nemmeno. Non provare minimamente a giudicarmi.
Non hai motivo per sentirti migliore di me.
Tu lasci che la vita ti distragga dal pensare, io facendomi la Domanda ho perso sfaccettature della mia vita.
Ma vedi, è un caso, solo un caso, che abbia prevalso il tuo sistema di valori e non il mio.

Io non ti ho mai chiesto di essere me, quindi non sdoganarmi il peso della tua delusione.
È tuo. Portalo sulle tue spalle.
Anzi, ascolta un consiglio da amico: applica questo comportamento a tutti i tuoi rapporti umani.
Essere delusi è una colpa. Esattamente come essere vittime.
È da stupidi accusare un essere umano di essere umano.

Tutto ciò che ti ho chiesto io è di concentrarti sull’essere distratto.
Se mi prometti che non ti farai prendere da altre velleità d’immedesimazione, possiamo andare avanti.

Lo prendo come un si.
Proseguiamo.

Dopo la notte in cui persi la Domanda tutto cambiò.
Trovai un lavoro decente, trovai una donna che mi voleva bene, trovai una casa in cui passare gli ultimi anni della mia vita.
Cose comuni, da uomo comune.

È questo che vorresti sentirti dire.

Ma nulla di tutto questo accadde.
Ciò che accadde, invece, fu che un uomo della mia età cominciò a seguirmi.
Stiamo parlando di molto, molto tempo dopo la mia notte col professore.
Erano anni che non mi accadeva nulla.
Del resto è così stare al mondo: una noia spezzata solo dalla ricerca di quei brevi momenti topici che ci permettono sul letto di morte di raccontarci, da bravi ipocriti quali siamo, che tutto sommato abbiamo avuto una bella vita.
Stiamo parlando quindi di due vecchi.
Qualsiasi cosa io facessi, vedevo quell’altro vecchio compiere i miei stessi passi.
Non faceva nulla per non farsi notare.
Manteneva una distanza fissa di venti passi e se provavo ad avvicinarmi lui si allontanava.
Avrei dovuto magari chiedermi cosa volesse da me.
Invece riuscivo solo a chiedermi “Quando tornerà la Domanda?”
Esatto: stiamo parlando di un vecchio che ha smesso di porsi la Domanda, ma che ora è ossessionato da una domanda sulla Domanda. Seguito da un altro vecchio che non si lascia avvicinare.
Ma devi sapere che ad una certa età impari ad accettare le cose, con rassegnazione.
Così accettai, quasi fosse la cosa più normale che possa accadere, di portare sempre con me una domanda sulla Domanda e di essere seguito da un vecchio guardaspalle.

Tutti portiamo un bagaglio che ci sembra troppo pesante, finché il braccio non si abitua.
No, senti. Non ce la faccio.
Ormai è calata la notte su questa scogliera. Sono stanco e fa freddo.
Quindi perdonami ma non ho più voglia di filosofeggiare.
Voglio solo finire questa storia e tuffarmi.

Quindi.
Andiamo avanti.

Un giorno a seguirmi, non trovai più un vecchio solitario.
Ne trovai due.
Qualche giorno dopo ne trovai quattro.

Anche se è stato un racconto lungo, nonostante la premessa di iniziare dalla fine, ti chiedo un ultimo sforzo.
Immagina, come se fosse un film, questa scena: un vecchio, seguito da un gruppo di guardaspalle che aumenta con una sequenza esponenziale geometrica i suoi adepti di giorno in giorno.
Lui va in giro a fare le sue cose da vecchio e quelli lo seguono alla distanza fissa di venti passi.
Un giorno questo vecchio si gira e fissa a lungo quel gruppo che lo segue senza mai dire una parola.
Gli chiede: “Chi siete?” e loro rispondono “Noi”.
Gli chiede: “Ci conosciamo?” e loro rispondono “Ci ricordi una persona che abbiamo conosciuto”
Gli chiede: “E quando ci siamo conosciuti” e loro rispondono “Ad una lezione all’università”
Gli chiede: “E cosa volete da me?” e loro rispondono “Cos’è la morte?”
Gli risponde, assumendo quella scomoda posizione che si assume quando si è in dubbio se si ha capito bene o se siamo vittime di una presa in giro, “Ma mi state prendendo in giro?”

Merda.
Ho cominciato a parlare di me in terza persona.

Così il vecchio…
No, scusa. La rifaccio.
Così io…
Si va molto meglio.

Così io cominciai a camminare verso il nulla.
Dimenticandomi una regola fondamentale dei rapporti umani: più ti allontani, più gli altri ti seguono.

Un altro sforzo. Ti giuro che è l’ultimo.
Immagina, come se fosse un film, un esercito di vecchi che come dei lanzichenecchi portano la peste ovunque vadano.
Mentre passa dalla città, questo reparto geriatrico di fanteria marcia al ritmo del proprio grido di battaglia :”Cos’è la morte?”.
E, come con la peste, chi viene in contatto con la Domanda ne resta contagiato.
E si aggiunge alle fila dei marcianti.
Da cento fanti si passò a mille, diecimila, centomila.

Fingendo di sapere dove andare, camminavo in testa alla formazione.
Finché non arrivammo su questa scogliera.
Tutta quella gente mi seguiva nell’attesa che io avessi la risposta, eppure io non avevo nemmeno la loro stessa domanda.
Mi sedetti sulla punta più alta di questa scogliera. Loro mi imitarono.
Li guardai. Occupavano chilometri. Non mi sarei stupito a sapere che nella città non era rimasto nessuno.

Se il professore avesse visto la scena avrebbe dovuto ammettere che io e lui non eravamo uguali, poiché non c’era più nessuno da cui essere diverso.

Passammo diversi giorni in quella posizione, finché non dissi: “Tornate domani notte, e avrete la risposta”. A quella promessa tutti si dileguarono.

Così siamo arrivati alla fine.
Cioè oggi. Cioè il giorno in cui ho iniziato a raccontarti la storia.
Come vedi ti ho mentito su alcuni dettagli. Sta a te decidere quanto fidarti di chi inizia un rapporto con diverse menzogne.
Tutta la storia del tramonto era una finzione per attirare la tua attenzione. Ho puntato sull’emozione
Ho chiesto loro di lasciarmi libero fino alla notte perché volevo raccontarti questa storia.
E in più ora ti racconterò esattamente ciò che accade. Sono un mostro.

Eccoli che arrivano. Sono ancora di più.
La Domanda si è sparsa. Non mi stupirei di scoprire che non c’è nessuno in tutto il paese che non è qui.

Così mi spoglio.
Mi metto sulla punta più alta e più a precipizio.
E comincio a ballare.
Sgraziato, come solo un vecchio può esserlo. La pelle che fa delle grinze.
Le palle calanti e raggrinzite.
Come ti ho detto, sta accadendo ora.

Solo su una cosa non ti ho mentito: in questa storia non ci sono risposte.
“Perché balla?” ti starai chiedendo. Non c’è un perché.
“Perché nudo?” ti starai chiedendo. Non c’è un perché.
“Perché si vuole buttare?” ti starai chiedendo. Non c’è un perché. Tu e le tue dannate domande.
Ci sono solo miliardi di persone che mi hanno seguito nell’attesa che io avessi la risposta, eppure io non ho nemmeno la loro stessa domanda.
Lascio loro il compito di trovare un senso al mio gesto.

Mi butto.
Sbatto sugli scogli.

Ah.
Quindi è questo la morte.

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