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storytelling – doc. capitolo #3

esiodo teogonia

esiodo teogonia

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3. Problemi del Caos

Mia madre è un’adulta. Quindi non può uscire.
Quindi manda me a cercare le sigarette.
E io la faccio. Ho già perso un papà.
Non posso perdere anche una mamma.
Ora sono più grande di una settimana.
Più forte di una settimana.
Più saggio.
E la saggezza vuole che nelle avventure ci si faccia accompagnare. Il mio Lancillotto è Augusto.
Non mi serve saper correre più veloce di “Loro”, se sono più veloce di Augusto.
Lui sembra non essersi accorto che gli altri non ci sono più.
E non è ovvio come si potrebbe pensare.
Un vuoto è l’opposto del nulla.
È qualcosa che dovrebbe esserci ma non c’è.
Doppia assenza.

Mentre ci incamminiamo per strada vedo le macchine muoversi come se qualcuno le guidasse, gli oggetti muoversi come se qualcuno li utilizzasse.
Ancora una volta il vuoto dimostra la sua voglia di riempirsi.
La città è un’abitudinaria e non riesce ancora ad accettare ciò che manca.
Io sono terrorizzato.
“Loro” non possono sopportare di non essere visti.
Mettono tutto in disordine e io sono solo un bambino.
Non ho la forza di rimettere tutto in ordine.

Augusto continua a non rendersi conto di quel che accade.
Non capire è la forza delle menti più deboli.
Come può spaventarti un ponte se non sai quanti calcoli complicati ci vogliono per erigerne uno e tu non hai potuto sovraintendere i lavori?
Come può spaventarti andare in auto se non sai quanti incidenti avvengono ogni minuto?
I monaci tibetani non avevano capito nulla.
Il nirvana è appannaggio degli stupidi.

Nel tabaccaio, dove una volta era solito lavorare un signore anziano con una macchia in testa come quella di Gorbacev ma a forma di mattoncino lego, tutto sembra essere in ordine.
Ma io so che “Loro” sono infidi. Quindi mando Augusto, poiché la saggezza consiglia che il più intelligente sia libero di pensare in caso di pericolo.
Lui non sembra fiutare la fregatura e si addentra.
E ciò che vedo stento a crederlo: Augusto si avvicina al bancone e le sigarette fluttuano verso di lui.
Eureka! Ho trovato il talento di Augusto: sa parlare con “Loro”.

Appena si avvicina, mentre le mani mi tremano per l’emozione, comincio a riempirlo di domande
- Ma da quando puoi parlare con “Loro”?-
- Da sempre- potrei tranquillamente iniziare un’analisi del termine sempre e delle implicazioni che comporta, ma la circostanza impone pragmatismo
- E come fai?-
- Mi basta rivolgergli la parola- il suo semplicismo mi esaspera, gli darei un pugno se non fosse che probabilmente il dolore maggiore lo causerei alle mie nocche. Anzi meglio due pugni, che è pari.
- Ma è un talento straordinario! E cosa gli hai detto?-
- Mi da un pacchetto di sigarette per favore? Poi paga mamma – probabilmente “Loro” stanno creando una loro comunità con leggi e usanze ispirate da ciò che hanno vissuto quando esistevano.
- E riesci anche a vederli?-
- Oggi mi fai domande più strane del solito, perché non dovrei vederle?- mi chiedo quale sia il momento in cui una mente superiore deve prendersi la responsabilità di svelare la verità, anche se fa male.
-Sai Augusto, il contagio…-
- Quale contagio?-

E in quel preciso momento tutta la terra comincia a tremare. E non in senso metaforico.
Tutto intorno a me si muove. Gli alberi cadono insieme ai pali. Naturale e artificiale diversi per natura, uguali per destino.
Non saprei dire quanto dura il tutto, ma abbastanza perché io possa pisciarmi addosso. Abbastanza per non capire più nulla.

In un paese a medio rischio sismico muoiono in media cento persone all’anno per lo smottamento della crosta terrestre. Ma noi ci siamo salvati.
Il terremoto è fra i disastri naturali più imprevedibili.
Figlio del caos, genera caos. È sempre stato uno dei miei incubi.

Mi metto a correre il più veloce che posso verso casa.
Ma inciampo continuamente su campi di forza.
Papà, scusami, devo deluderti un’altra volta.
Io ci ho provato a vivere come mi hai consigliato tu l’ultima volta che ci siamo visti.
Ma ora per correre veloce ho bisogno di vedere nuovamente gli altri.
Corro scansando le persone che vedo di nuovo. Corro scansando quelli che gridano chiamando a sé i cari. Corro scansando quelli che si guardano attorno increduli di essere ancora sani e salvi.
Corro fino a perdere il fiato.
Corro al massimo che questo corpo poco allenato mi consente.
Mamma. Mamma. Mamma.

Entro e ho appena il tempo di sorridere a mia madre.
La casa crolla verso il suo interno. Spesso le case prendono i punti deboli di chi le abita.
Mia mamma era un’adulta.
Mia mamma è morta.
Mia mamma è morta perché era un’adulta che aveva paura ad uscire da casa.
Noi bambini non rischiavamo il contagio fuori, dovevamo essere la speranza. Ma il paradosso è che non siamo immuni se tutto ci crolla addosso. Vi faccio un esempio per farvi capire meglio cos’è un paradosso: un paradosso è essere più sicuri per strada che fra le mura domestiche. Paradosso è pagare per i difetti dei propri genitori.

Paradosso è morire per la pesantezza della propria casa.

Quelli che si guardavano attorno increduli di essere ancora sani e salvi corrono attorno alle macerie, curiosi di vedere cosa è successo.
Più tardi il fatto di essere sopravvissuti potrà causare in loro senso di colpa. È una condizione psicologica che capita più spesso di quel che si potrebbe pensare. Capita perché ci si chiede se forse non meritava di scamparla più quel ragazzo così giovane, o quel medico che aiutava sempre il prossimo.
Ma soprattutto capita perché ci vergogniamo di essere felici di non essere noi i morti.
Vergognarsi della felicità, vergognarsi di essere vivi. Questo rende l’uomo un animale unico, destinato all’infelicità.
 

La folla guarda il corpo senza vita di quel bambino. Loro non lo sanno, ma lui credeva di essere un vivo in un mondo di morti. E, forse, in un certo senso non aveva nemmeno torto.
Lo guardano e, ora che lui non ne ha più bisogno, possono vederlo.
In quel corpo la vita dovrebbe esserci, ma non c’è. Doppia assenza.

La casa crollata è un disastro. Tutta la città è un disastro. Ma oltre la mamma e il bambino nessun altro si è fatto male. E questo è un paradosso.
Loro comunque sono adulti.
Loro sapranno mettere tutto in ordine.

Fausto Pirrello per Radioeco.

[Nota dell'autore - L'argomento su cui andava basato il racconto è la "Sindrome di Cotard", sindrome che porta a credersi morti o a credere morte tutte le persone che ci stanno attorno. Di solito in seguito ad uno shock. Io ho preferito scegliere la seconda manifestazione, ovvero credere morti gli altri. Quello che c'è sopra è ciò che questa sindrome mi ha ispirato.]

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