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storytelling – doc. capitolo #2

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2. QUESTO! È! SPORT!

L’ultimo giorno che ho visto il mio papà e tutti gli altri ero tornato a casa emaciato e con i vestiti strappati e sporchi di sangue.
Lo sentivo gridare in cucina con la mia mamma, anzi contro la mia mamma.
Mi è sempre stato detto che non è educato ascoltare le discussioni fra grandi. Eppure sembra che siano loro a desiderare che tutti le sentano. Come se si aspettassero il supporto di un pubblico. Per dire tipo: “Vedi? L’inquilino del terzo piano sta dalla mia parte. Ho ragione io!”.

Salì le scale, mi recai nella mia stanza e mi cambiai i vestiti. Fui costretto ad indossare gli abiti del mercoledì, nonostante fosse martedì.
Ma era un’emergenza, gli altri guardiani dell’ordine avrebbero capito.
Alle conseguenze dello slittamento avrei pensato poi.

I guardiani dell’ordine sono tre, oltre me. Insieme formiamo l’ordine dell’ordine.
Augusto Ricasoli: è l’unico con cui mi sono concesso di stringere anche un rapporto di amicizia.
Siamo nati lo stesso anno. Ed è l’unica cosa che abbiamo in comune.
Lui è grosso con i capelli biondi e ricci. Sembra quasi un putto.
Per questo gli altri bambini a scuola lo chiamavano figlio di puttana.
La lentezza nei movimenti  la compensa, ma non so ancora come.
Non è molto svelto di comprendonio, ma sono sicuro che nasconde l’abilità di eccellere in qualche disciplina. Devo solo scoprire quale.
Oltre a quella di speleologo delle sue cavità nasali, nelle quali trova sempre quelli che sembrano essere per lui ottimi spuntini.

Camilla Carilli: il suo merito è quello di avere nome e cognome della stessa quantità di sillabe. In più iniziano con la stessa lettera.
È entrata nel gruppo grazie alla regola sulla rappresentanza di genere del codice dell’ordine. Che, ahimè, ho stabilito io stesso.
Sta piano piano imparando le basi, ma spesso mi fa innervosire.
Antonio: l’ho conosciuto poco tempo fa a scuola e gli ho chiesto gentilmente di cambiarsi la maglietta rossa perché non andava bene con i pantaloni verdi. È nuovo, credo pensasse fosse una regola della scuola.
Ma gli concedo il beneficio del dubbio.

A ben vedere i miei genitori un pubblico ce l’avevano.
Il signore anziano che viveva nel palazzo di fronte al nostro era solito ascoltare le loro conversazioni. Lo fece anche quel giorno – Tua madre oggi ha paura che gli scontrini siano strumenti di controllo. Dice che c’è un codice nascosto-
Mi raccontava da fuori ciò che succedeva dentro casa mia.
Da fuori si vede sempre meglio. Se venisse realizzato il telescopio più potente in assoluto, rimarrebbe un solo punto cieco: la terra.
Io come al solito dopo la sua delazione mi finsi indignato e rientrai in camera.

Quando scesi in cucina indossavo dei vestiti diversi. Nessuna macchia su nessun tessuto tradiva la mia disavventura.
Loro, come sempre, fecero finta che non ci fossero stati litigi in corso.
Come se nulla fosse successo.
Come se il passato non si potesse sapere.
Come se una cosa che smette di succedere smettesse di esistere.
Esiste un’intera disciplina che vi confuta, cari genitori.
Si chiama storiografia, cari genitori.

Mio padre mi guardò e gridò – Ma che cazzo ti è successo?-
Ogni tanto mi dimentico di avere un corpo.

Noi guardiani dell’ordine dell’ordine siamo sopravvissuti perché siamo bambini.
Eppure non tutti i bambini sono sopravvissuti.
Noi siamo ancora qui grazie alle mie ferree regole.
Il rosso non va mischiato con il verde. E vale anche per il cibo.
Soprattutto per il cibo.
I libri vanno ordinati nella libreria in ordine cromatico.
I vestiti programmati settimanalmente.
Non so come so queste cose, ma le so. Sono idee innate in me.
E visto che siamo fra i pochi scampati al contagio, funzionano.

L’ultima volta che mio papà mi ha visto avevo la faccia di chi era appena stato preso a pugni.
L’ultima volta che invece io ho visto mio papà aveva la faccia di chi voleva prendermi a pugni.
Ero pronto. A parte qualche scappellotto non mi aveva mai alzato le mani.
Ero contento fosse finalmente arrivato il momento.
I bambini dell’antica Sparta venivano allenati allo scontro fisico fin dalla più tenera età. Il passaggio dall’età infantile a quella adulta era sancita da una notte passata da soli nel bosco. Un Bar mitzvah alquanto rude e campestre.
A me si chiedeva di sopportare uno o al massimo due  schiaffi con atteggiamento imperturbabile per cessare di essere considerato un bambino. Meglio due, che è pari.
Due schiaffi in cambio della maturità. Uno scambio equo.

Io ero insufficiente in qualsiasi sport. Per essere più precisi in qualsiasi attività attinente alla sfera psicomotoria.
Il mio papà mi aveva fatto provare le più svariate discipline sportive e mi aveva sempre garantito il suo supporto.
Perché il suo di papà non lo aveva mai sostenuto nella sua carriera di ciclista. E lui poi aveva messo incinta la mia mamma.
Così almeno mi aveva detto con gli occhi lucidi.

Ora desideravo lui mi picchiasse perché avrei potuto renderlo fiero almeno una volta.
Dentro di me ripetevo come un mantra:
“Papà dammi un pugno, non reagirò come insegna Crisippo.
Papà dammi uno schiaffo, sarò più stoico di Cleonte.
Papà dammi un calcio, sarò il tuo Plistarco.”

Dentro di me pensavo:
“Non sono eccelso nel tirare calci, né nel centrare oggetti dalla lunga distanza.
Non sono veloce. Non sono forte.
Ed è per questo che sono bersaglio dei calci dei miei coetanei da quando tu mi hai messo al mondo.
E ora capisco che è stato tutto un allenamento per questo momento.”
Ma lui da fuori aveva visto che era meglio non farlo.

Neanche negli ultimi momenti col mio papà, quindi, riuscì a renderlo fiero di me.
La rabbia che gli aveva fatto arrossare il volto piano piano si dissipò.
Aveva assunto al suo posto un’espressione da epifania.
Tutti i suoi gesti si fecero più lenti, come quelli di chi ha trovato il modo di riparare un qualcosa che si è rotto molto tempo prima.
Mi mise una mano sulla spalla. Speravo stringesse. Un’ultima possibilità.
Invece il suo tocco era dolce e gentile, come il tono che usò per dirmi – Figliolo, quando non hai mezzi per risolvere una situazione complicata fai finta che non esiste nessuno e corri più forte che puoi.-
Ero davvero grato per quel consiglio…certo me lo avesse dato una mezz’oretta prima mi sarei evitato una saccagnata di botte.
- Ora per favore vai sopra, che devo parlare con tua madre-

Avessi saputo che quelli erano gli ultimi momenti disponibili non sarei salito.
Avrei disobbedito.
Non mi sarei messo a piangere per l’occasione sprecata.
Non avrei strappato il foglio con il bel voto, simbolo di quanto sia inutile eccellere in qualcosa se questo qualcosa non importa a nessuno.
Non mi sarei messo a sistemare i pupazzi perché nell’ordine c’è la calma.
Ma ciò che è stato è, e non può non essere.

I luoghi in cui noi guardiani dell’ordine dell’ordine non eravamo più ammessi erano biblioteche, negozi di vestiti, negozi di dischi e la yogurteria in centro.
A quanto pare ai grandi non piace che si provi a cambiare il loro ordine.
Anche se quello che proponi tu è migliore. Anche se tu gli spieghi che sei un essere più accorto che ha compreso le leggi del mondo. Anche se gli fai notare che già loro da molto tempo giudicano più il colore che la forma, anche con le persone. Che si sono sempre concentrati sulle qualità esteriori.
Alla fine però io sono ancora qua, mentre alcuni di loro sono diventati “loro”.
Ancora una volta, avevo ragione.

Il giorno in cui il mio papà uscì di casa e diede il via al contagio fu una settimana fa.
Sette giorni.
Centosessantotto ore.
Mille e otto minuti.
Seimila e quarantotto secondi.
E il dolore è quasi insopportabile.
Ma quello che spaventa è il tempo che deve ancora passare.
Ho fatto quel che ho fatto, ma non so se sarò in grado di fare ciò che dovrei fare.
Nella mia giovane vita ho sofferto molto fisicamente a causa di altri, ma è la prima volta che soffro emozionalmente per qualcuno che non sono io.
E ora so che fa molto più male chi non c’è, rispetto a chi c’è.

Suppongo che, a causa delle gravi condizioni in cui versa il mondo, le mie aspettative di vita si aggirano intorno ad ulteriori quarant’anni.
Quattrocento ottanta mesi.
Duemila e ottanta settimane.
Quattordicimila e cinquecento giorni.
Sessantottomila e duecentoquaranta ore.
Cinquecentomila e quattrocentoquaranta minuti.
Più di tre miliardi di secondi.

Il mio futuro è così tanto che non voglio più viverlo.

fine secondo capitolo

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