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storytelling – Sniff Movie

Il racconto si sviluppa su tre parole che non ho scelto io:
Rombo: l’ho usato prendendo spunto da Cartesio e dalle avanguardie cinematografiche francesi, che nelle figure geometriche riscontravano il “reale”.
Ottone: l’ho usato per le caratteristiche base del personaggio (lavorabilità, scarsa tenacia, resistenza al carico etc.), in più l’ottone mischiato al piombo crea una lega migliore. Il piombo ispirerà le caratteristiche della figura femminile.
Burro d’arachidi: questa è nascosta e lascio a voi il piacere di trovarla.

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Sniff Movie

 

Colpa della Scena

La scena è buia.
Il primo piano è su di me che siedo sulla poltrona di pelle rossa, indosso solo le mutande.
Qualcuno attento ai dettagli potrebbe notare i sacchetti di cibo vuoti sul pavimento che arredano il pavimento.
Come per Nosferatu, loro si svuotano e io mi riempio.
È la vita.

L’unica luce viene dal proiettore che, posizionato nel fondo della stanza, illumina milioni di particelle finissime. Mentre manda sullo schermo scene di film.
Certe volte smetto di guardare la proiezione e il mio sguardo si perde in quel pulviscolo.
Quello che ci ha insegnato Vertov è che le cose piccole non le noti finché qualcuno non ci punta su l’obiettivo.
Sono parole tue queste.

Con un primissimo piano si potrebbe osservare meglio il mio viso.
La barba incolta che non è mai cresciuta folta e scura come agli attori e che ora denota solo trascuratezza e non affascina.
Lasciarsi andare provoca un duro impatto, se non c’è nessuno sorreggerti.
Chissà se alla fine Cassel lo ha imparato.

Poi sono gli occhiali a focalizzare l’attenzione.
Vallo a spiegare a quel tedesco che sarebbe meglio se davvero non facessero percepire la realtà.
Magari il problema fossero tempo e spazio.
Il vero problema degli occhiali è che mi costringono a mettere a fuoco le cose esterne, stessa tortura subita da DeLarge.
Se solo il mondo fosse come lo si vede senza lenti.
I bordi poco definiti, i confini labili.
Il tuo mai potrebbe essere un forse.
Il tuo impossibile un potrebbe darsi.
Tu potresti darti.

 

Per Cartesia

Dietro gli occhiali, in questo momento, cola qualcosa.
Ma non è albume d’uovo come per Buñuel.
Una lacrima percorre tutte le mie rughe di depressione come il letto di un fiume, per poi finire nella cascata che è la mia bocca.
Questo dimostra che c’è un disegno.
Le lacrime non vanno a perdersi, siamo stati creati in modo tale che queste rientrino in noi.
Poiché si fa un gran parlare del buttare fuori il proprio dolore.
Ma la sofferenza si ricicla.
Grida fino a perdere il fiato, e quella rientra dalle orecchie.
Scrivila, e quella rientra dagli occhi.
Piangila, e quella rientra dalla bocca.
Dal soffrire si impara, non può andare sprecato.

Cambiando prospettiva, per una soggettiva attraverso i miei occhiali, si può vedere ciò su cui punta il mio sguardo.
Sul telo bianco che funge da schermo si susseguono scene di film.
Lì ho cercato il reale.
Cercavo in uno dei miei sensi la salvezza, come l’olfatto per Jean-Baptiste Grenouille.
Ma come si chiedeva un altro francese, ci si può fidare dei sensi?
Come posso accettare per intero ciò che viene da fuori, se dentro sono a pezzi.
Se al momento nulla ha senso.

La paura di ingannarmi ha preso il sopravvento, e se mi fossi confuso fra sogno e realtà come Stéphane Miroux?
Sono così andato a ritroso, verso l’indubitabile.
Matematica e geometria non ti mentono mai.
E no che non è paradossale fidarsi della saggezza delle figure semplici.

Da un francese è nata la mia domanda, e un francese mi ha dato la risposta.
Mentre quadrati, cerchi, rombi si susseguono sullo schermo mi rendo conto di quanto tutto ciò sia reale.
Sono passati cent’anni e ancora queste opere hanno qualcosa da insegnare.
Così ho capito, d’un tratto ho capito.

Io voglio lasciare qualcosa che resti.
Tu mi hai lasciato, e io resto qua.
Mi sembra equo.

 

La mia dolce metallo

Noi siamo come due metalli, dicevi.
Possiamo avere un legame, dicevi.
Ma non c’è attrazione, dicevi.

Tu eri molto tenera.
Anzi, tu sei molto tenera. Noi siamo ciò che siamo stati e non possiamo non esserlo.
Com’è difficile capire che esiste anche ciò che non ci riguarda.
Se chiedi come si sta nel mondo, puoi già immaginare la risposta.
Ci si limita a esprimere il proprio umore.

I più capaci di astrarsi direbbero che viviamo in un’epoca di democrazia e libertà.
Eppure il mondo è un luogo ancora pieno di guerre e dittature.
Ma ciò non ci riguarda, quindi non lo consideriamo.
Motivo per cui diciamo che la morte è il nulla per eccellenza. L’esistente che non esiste più.
Doppia assenza.
Ed è poi tanto diverso il modo in cui vediamo la fine di un amore?
La persona che avevamo accanto non esiste più, è morta.
C’era e non c’è più.
Doppia assenza.
Doppia sofferenza.

Siamo come Jack e Marla ma senza Tyler, dicevi.
Non parlavi bene la mia lingua, e lodavi la mia lavorabilità.
Mia era la firma su quel video di propaganda di quel partito e della sua milizia.
Io, foriero di un messaggio che non condividevo, assente come persona ma che più che presente come professionista.
Focalizzatomi per espressa richiesta sulla bella divisa, creata attraente affinché tenesse uniti.
Un segno distintivo per sentirsi tutti uguali.
Ma io volevo andare più a fondo, tu lo sapevi e mi rinfacciavi quel sogno.

Puoi essere il mio Cyrano ma di certo non il mio Cristiano, dicevi.

Impeccabili le mie riprese in quel docufilm sullo squallido mondo del Wrestling.
Quegli uomini oleati in mutande che fingono di picchiarsi.
Neppure quando una sedia scagliata addosso a uno di quegli energumeni si ruppe e una scheggia sfregiò il mio labbro, fermai le mie riprese.
Leccavo il sangue con la mia lingua.
La sofferenza che si ricicla.
Ma io volevo andare più a fondo.
Tu lo sapevi, e mi dicevi che non ero abbastanza tenace.
Il mio sogno era un’arma nelle tue mani.

Io sono Ian Gray e tu Karen quindi non ti comportare come Sophie perchè non lo sei, dicevi.

Tu eri duttile.
Lasciami sognare che quello che eri con me ora non lo sei più.
Tu eri malleabile.
Dicevi che aspettavi la persona che ti avrebbe mutato in oro. La tua pietra filosofale.

Il mio film HardCore di denuncia sulla violenza contro donne aveva suscitato l’ammirazione degli addetti ai lavori per la ripresa interna fatta con microcamera uretrale.
Ma non bastava. Non era abbastanza dolore. Non era abbastanza dentro. Dicevi.
Ho sempre resistito al carico della pressione, ma tu hai trasformato il mio sogno in incubo.

Ma io voglio ancora lasciare qualcosa che resti.
Tu mi hai lasciato, e io sono sempre qua.
Mi sembra equo.

 

Piombare nel buio

Bianco è lo schermo finché su di esso non appaiono le immagini dei filmini che facevo di me e te.
Un me non più reale, perché esisteva solo accanto a te.
Ricordi e emozioni che ora non sono capace di creare in autonomia.
Ripudio quel me.
Oggi sono un altro uomo.

Dimezzato, forse.

Adesso riempirò quella metà autarchicamente.
Raccolgo tutte le forze di cui dispongo.
Ansimo un po’, contraggo i muscoli.
Chiaro è di fronte a me il mio obiettivo.
Ho la forza per farlo.
Immagino, anzi, d’averlo già fatto.
Devo mentalizzarmi.
In quest’ultimo filmino che ora è proiettato, si nasconde il mio capolavoro:

Nonostante tu ne sia la protagonista ho realizzato fin dall’inizio che non ci saresti stata al momento di vederlo.
Anzi, che io stesso ti vedevo per l’ultima volta.
Ricordi che ti chiesi di sdraiarti sul tavolo della cucina.
Sorridevi maliziosamente, pensavi probabilmente che fosse un altro espediente erotico.
E avendo già la tua teoria in mente, la mia richiesta di legarti mani e piedi sicuramente ti era sembrata una riprova della stessa.

Chissà la sorpresa quando il coltello ti è affondato nello stomaco.
Ma ti è durata poco.
Mi hai chiesto quasi subito di slegarti, perché volevi concederti meglio alla telecamera.
“Più reale
Più a fondo”
Sono parole tue.

Io eseguivo i tuoi ordini. Ponevo alcune tue frattaglie non vitali ancora sgocciolanti di fronte all’obiettivo.
“Non è abbastanza reale
Non è abbastanza a fondo”
Dicevi con voce sempre più lieve.
In quei secondi che per me sono durati un’eternità ho capito che mi ero sbagliato.
Avevo reso te la protagonista.
Avevo reso te oro.

Ma ora, mia cara, tu non puoi più superarmi.
Mi metto perpendicolare alla camera.
Tu non puoi andare più a fondo.
Io mostrerò i miei pensieri.
Io sono un metallo.
Io sono fatto di un materiale che ha bisogno del piombo per migliorare la propria qualità.
Io sono fatto di ottone.
Io ora mi sparo del piombo nel cranio.

Il mio cervello imbratta l’obiettivo.
È così reale.
È così a fondo.

Finalmente ho lasciato qualcosa che resti.
Tu mi hai lasciato, ma io non ti aspetto più.
E chi se ne frega se è equo.

 Fausto Pirrello

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