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Stronger – io sono più forte: la recensione

Maratona di Boston. 15 aprile 2013. Quella che doveva essere una giornata di festa e di sport si tramuta in una giornata di panico e paura. Una bomba scoppia e cambia per sempre la vita di Jeff Bauman. Quell’incubo seguito da una rinascita è diventato ora un film. Presentato alla Festa del cinema di Roma del 2017, ecco a voi la nostra recensione di Stronger.

stronger

Chissà come sarebbe la vita di Jeff Bauman se quel giorno di aprile del 2013 avesse accettato di fare gli straordinari a lavoro e non avrebbe così tifato la propria ex-ragazza alla maratona di Boston. Chissà se oggi, senza quella maledetta bomba scoppiatagli così troppo vicino, si potrebbe lo stesso autoproclamare “un padre e un marito felice”. Già, chissà. Quel che è certo è che se Bauman quel 15 aprile del 2013 si fosse trattenuto a lavoro, il mondo si sarebbe privato di una figura carismatica, forte e coraggiosa proprio come lui; un modello d’ispirazione per tanti e destinato sin dall’inizio a diventare il perfetto eroe cinematografico. Eroe non perché ha salvato delle vite con le proprie mani, ma perché capace di salvare la propria esistenza e, con essa, quella di altre persone.

Ispirato agli eventi che hanno cambiato totalmente la vita di Jeff Bauman, il quale ha perso entrambe le gambe a seguito dell’attentato terroristico alla maratona di Boston, Stronger si concentra più su quanto segue a tale catastrofe, più che sull’attacco in sè. Nessuna caccia alle streghe dunque, ma un viaggio nel buio intenso dell’animo umano alla ricerca di un barlume di felicità che possa rischiarire di nuovo la vita di Jeff. Gli stessi terroristi non vengono mai nominati. Rimangono dei fantasmi rilegati negli antri più reconditi della memoria del protagonista. È Jeff il fulcro della storia. È quella montagna russa chiamata vita, fatta di alti e innumerevoli bassi che deve far illuminare gli occhi degli spettatori e bagnarli di lacrime e commozione. Una commozione quasi mai retorica, ma vera e pura, come vera e pura è stata la paura, il dolore e poi l’amore provato da Jeff. Data la mono-focalità dell’interesse diegetico verso il protagonista, c’era bisogno di un attore capace di tenere lo schermo con il solo potere dello sguardo. C’era bisgono di un attore come Jake Gyllenhaal. Sono passati 12 anni da Brockeback Mountain (14 da Donnie Darko), e Gyllenhaal si è confermato sempre più come uno degli attori più introspettivi e talentuosi della sua generazione. Lenti scure, capelli mossi e scompigliati, felpe larghe che lo fanno apparire ancora più magro di quanto egli già sia. La performance di Jake vuole ricordare solo a grandi linee e per mezzo di pochi elementi fisici il vero Bauman. In lui non vi è alcuna intenzione di imitare fisicamente il suo personaggio nella realtà. È nello sguardo, nella profondità di quegli occhi scuri che tentano di celare il dolore, simulando una serenità che non c’è, che si ritrova il vero Bauman. Non appena diventa il simbolo dell’ideale del ‘Boston Strong’ si insinua in Jeff un’insicurezza e una sofferenza da shock post-traumatico che se non compresa in termini attoriali dal proprio interprete avrebbe finito per ridicolizzare una parabola di crescita profonda e psicologicamente devastante. Seppur non ai livelli altamente qualitativi di opere in cui Gylenhaal è stato recentemente protagonista (Animali Notturni e Prisoners in primis) Stronger si presenta come l’ennesima conferma di quanto questo interprete riesca a comunicare emozioni contrastanti tramite una mimica espressiva mai forzata o esagerata. Gyllenhaal si è rivelato capace di cogliere ogni sfumatura della caduta all’inferno compiuta da Jeff, per poi tradurle in sorrisi, pianti, urla e sogghigni mai banali e mai caricati. Il tutto supportato da una regia al servizio della storia e delle interpretazioni degli attori, senza quasi mai far capolino rivelando la propria identità autoriale. Peccato perché David Gordon Green quando ne ha avuto le possibilità (Joe, Manglehorn) ha saputo dimostrarsi un regista competente e interessante; eppure qui la sua regia è risultata un po’ troppo limitata e spesso frenata.

Al di là della performance attoriale, uno dei punti di forza del film è anche e soprattutto la disamina della famiglia disfunzionale americana. L’insicurezza, e la debolezza che dominano il protagonista non sono solo conseguenze dirette dell’attentato, quanto lividi mai assorbiti causati da un nucleo domestico a volte troppo distratto e troppo egocentrico. Un microcosmo in perpetuo contrasto che vede come regnante assoluta la madre di Jeff, Patty Bauman. Interpretata da Miranda Richardson, la donna inizialmente soffre insieme al figlio, per poi lasciare che l’assuefazione dal sensazionalismo mediatico e interesse morboso verso la luce dei riflettori prenda il sopravvento. Miranda è, cioè, la tipica consumatrice televisiva e vede la tragedia del figlio come nutrimento bulimico attraverso cui soddisfare la propria sete voyeuristica. La donna si arrende alla seduzione della popolarità, lasciando che quel mondo solo ammirato a distanza scavalcasse la sfera del privato per tramutarsi in pubblico. Considera il figlio disabile come una celebrità, trattandolo come un fenomeno da baraccone e sottovalutando i suoi sentimenti. Non a caso è difficile che in questo contesto i due condividano la stessa inquadratura e vengano separati da un canonico campo-contro campo. Seppur dolorosa, questa insistenza a tratti morbosa sulla natura disfunzionale della famiglia è quanto mai necessaria per esaltare il lato eroico di Jeff, incapace di sostenere lo sguardo della popolarità e il peso delle interviste. La sua è una storia di caduta e rinascita, portavoce di un’America che non vuole e non deve cedere al terrorismo, ma anche riflesso di una società dello spettacolo che deve alimentarsi di miti e in cui il confine tra pubblico e privato è ormai indistinguibile (e che ha avuto nell’Attacco al potere di Clint Eastwood la sua esemplificazione iperbolica, con gli eroi della realtà diventare protagonisti anche di quella finzionale). La vita di Bauman diventa una parabola cristiana, di caduta e rinascita; morte e resurrezione (non a caso al termine di Stronger il protagonista ritorna a rialzarsi in piedi grazie alle protesi, risorgendo dalle tenebre come una fenice araba). Un esempio a cui tutti i figli d’America devono confrontarsi, e ritrovarsi , così da ritrovare anch’essi un nuovo percorso di vita ed essere tutti un po’ più forti.

Voto: 7

Elisa Torsiello per Radioeco

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