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TAGOFEST 2014 – 10 domande ai CARTAVETRO

10483929_489963944467237_5062292550475123424_nIn occasione del Tagofest abbiamo intervistato i gruppi partecipanti, e questa è la volta di un trio genovese. Sono i Cartavetro, ma il loro nome è scritto come un codice fiscale: CRTVTR. Difficile definire il loro genere, ma citando quel che dicono essi stessi, «la loro musica è sospesa tra il post-punk e un tocco di psichedelia deviata contemporanea». Il loro ultimo lavoro, Here It Comes, Tramontane!, pubblicato nel 2012, vede la collaborazione con Mike Watt, storico bassista e compositore nonché uno dei fondatori dei fiREHOUSE e dei Minutemen. Importante per loro anche il progetto CRTVTRgotoCHINA, grazie al quale nel 2012 sono stati in Cina non solo per esibirsi, ma anche per documentare l’underground artistico cinese. Così, attivi dal 2006, dopo vari tour in giro per il mondo, tra Italia, Francia, Germania, Repubblica Ceca, Norvegia, Stati Uniti e Cina, saliranno anche sul palco del Tagofest il prossimo 14 settembre, nella giornata di chiusura del festival.

1. È il primo anno che partecipate al Tagofest? Se sì, cosa vi aspettate da questo festival? Se invece ci avete già partecipato, raccontateci la vostra esperienza.

Come band è la prima volta che partecipiamo, nei banchetti delle etichette abbiamo partecipato con Marsiglia Records diverse volte, e fino al periodo sabbatico di due anni fa, è stato un appuntamento fisso per incontrare amici da tutta italia e scambiare dischi e bevute.

2. Pensate che questo festival sia cresciuto rispetto al passato?

È sempre stato un bel festival, ha cambiato impostazione ma cambiano anche i tempi, mi sembra che lo spirito di fondo non sia molto diverso e nemmeno il pubblico di riferimento.

3. Che cosa significa fare musica indipendente in Italia? Che cos’ha di diverso la musica indipendente italiana rispetto a quella prodotta all’estero?

Negli ultimi due anni abbiamo fatto tra i trenta e i quaranta concerti all’anno, di cui quasi la metà all’estero. Onestamente non vedo tanta differenza tra l’Italia e l’estero, se non quella fastidiosa cultura “fonofobica” che si trova un po’ in tutte le città dell’Europa occidentale e specialmente nei nostri centri storici, che rende alcune cose più complicate.

La musica, attraverso gli mp3 e la rete, è stata uno dei primi settori a godere della digitalizzazione e della rapidità di distribuzione a livello globale. Trent’anni prima era stato lo stesso con i primi supporti di registrazione, e questo fa sì che da quando esiste il termine “rock” c’è una naturale vocazione globale nella musica, per cui non credo abbia tanto senso badare ai confini nazionali.

4. Come siete arrivati alla vostra attuale etichetta?

Suonando, conoscendo persone, maturando interessi comuni. Una grossa mano forse ce l’ha data anche Mike Watt, che, collaborando nelle nostre due produzioni ufficiali, ci ha aiutato non poco a incuriosire le persone. Però collaboriamo solo con persone che conosciamo e stimiamo, quindi è stato facile.

5. Quali sono i pro e i contro nel lavorare sotto un’etichetta discografica indipendente? Per voi ci dovrebbe essere maggiore collaborazione? E come reagireste ad eventuali avvicinamenti con etichette di più ampio target (cosiddette major), ma che presentano nel loro bouquet artisti di generi profondamente diversi da voi?

Indipendente di per sé vuol dire poco, si valuta come si lavora e come si sceglie il materiale, e se gli obiettivi sono comuni. Negli anni ’90 c’erano etichette indipendenti anche molto grosse, che non saranno state major, ma che avevano comportamenti da major e ambizioni da major. Si può essere anche molto gretti anche essendo piccoli e insignificanti. Penso che contino di più gli obiettivi che ci si dà e la fiducia nelle persone. Un’etichetta di ampio target cui interessasse quello che facciamo come lo facciamo sarebbe una cosa piuttosto curiosa. A meno che non si consideri un’etichetta di più ampio target un’etichetta simile alle nostre, ma con un pubblico spalmato poco e su tutto il globo. Anche in questo caso mi stimola di più la dimensione globale che la mera crescita di tiratura. Non ci interessa un più ampio target, ci interessa il nostro target spalmato su un territorio più ampio.

6. L’industria discografica ha subìto un repentino mutamento negli ultimi anni: in poco più di un decennio siamo passati dai CD agli MP3 fino allo streaming (Spotify, Deezer, ecc.). Secondo voi il web è un buono strumento per far conoscere la vostra musica o un ostacolo a livello di mercato discografico?

Non penso che oggi si possa parlare di mercato discografico e penso che sia un bene. La discografia di per sé era un’economia basata su capacità distributiva e posizioni di rendita. La capacità distributiva ora è accessibile a tutti e le posizioni di rendita non esistono più. I concerti sono tornati significativi nel budget di un musicista anche mainstream, mentre prima erano visti come mero veicolo promozionale dei grandi dischi. A livello underground però non è cambiato molto, i concerti sono sempre stati centrali; è ai concerti che vendiamo i dischi, almeno la maggior parte; e gli mp3, o comunque la rete, ci permettono di arrivare dove da soli non potremmo arrivare. La battaglia non credo sia più sulla distribuzione, ma al limite sulla selezione: circolano molte più cose non tutte buone, e cercare qualcosa che ti piace davvero può diventare molto faticoso. Chi ha il potere di selezionare o semplificare la nostra fruizione della musica è oggi chi ha il maggior potere nel decidere cosa farci ascoltare. Questo è il fascino e il pericolo di strumenti come Spotify e Deezer, ma credo sia presto per giudicarne gli effetti, e quando sarà tempo probabilmente sarà già tutto cambiato…

7. E che ruolo dovrebbe avere per voi un’etichetta adesso? Dovrebbe curare maggiormente l’aspetto live delle proprie band, o magari fungere da marchio di autorevolezza, utile in quest’epoca di sovraffollamento di proposte musicali?

Penso il ruolo sia proprio questo: dare una garanzia di affidabilità e accompagnare il proprio pubblico verso proposte che lo possano interessare. Magari fare scouting e scovare giovani acerbi da far maturare affiancandoli a gruppi più esperti. Al momento in parte funziona, penso. Però le etichette hanno questo ruolo a livello molto indipendente, mentre l’uomo della strada non riconosce questo ruolo ai marchietti che vede nei dischi. E a dire il vero nemmeno ai dischi. Quindi se parliamo del nostro mondo tutto ok, ma è un piccolo mondo. Penso che la sfida sia più “là fuori”.

8. A proposito di festival, di recente un articolo di Repubblica pontificava sul come una manifestazione come lo Sziget salverebbe l’Italia, con l’inevitabile strascico di commenti in disaccordo. Ecco, pensando ai vari Pistoia Blues, Umbria Rock, Radar, ecc. secondo voi da questo punto di vista siamo davvero così indietro rispetto agli altri Paesi europei? Deficitiamo nell’organizzare eventi del genere o nella realizzazione pratica degli stessi? Soluzioni?

Credo che la burocrazia italiana e la fonofobia di cui parlavo prima rendano complesse situazioni di quel tipo. Mai dire mai, le cose possono cambiare alla svelta. Se posso dire, però, manifestazioni come lo Sziget non lasciano molto alla cultura musicale di una città come Budapest, se non i soldi dell’indotto e qualche quintalata di bicchieri di plastica nell’isola Margherita. Non amo molto questo tipo di grossi festival standardizzati dalla scaletta prevedibile che hanno tanto l’aria di lager per giovani alternativi con un messaggio sottostante tipo “ok per qualche giorno puoi fare veramente quello che vuoi, poi però tutti a casa e dimentichiamocene alla svelta”. Non è un festival che ha reso migliore la musica ungherese, direi no? è il corrispettivo musicale di un grosso centro commerciale di periferia. Culturalmente i festival come il Tago, pure nelle loro piccolissime dimensioni, sono assolutamente più incisivi.

9. Degli altri partecipanti a questo festival c’è qualcuno con cui vorreste collaborare?

Qualche dozzina! Siamo amici di diversi gruppi e progetti, alcuni sono anche della nostra città e con loro già collaboriamo, altri sono progetti che conosciamo bene e stimiamo pur senza rapporti personali. Non saprei davvero da dove cominciare, su novanta band!

10. Al di fuori del festival invece? Ci sono artisti indipendenti (sia italiani che stranieri) con cui vi piacerebbe collaborare?

Vorremmo fare uno split con uno dei gruppi dell’etichetta cinese Genging, abbiamo suonato là e conosciuto chi la gestisce, la scena post hc e noise cinese è molto interessante e ci piacerebbe approfondire. Poi presto faremo qualcosa con i Muscle Worship, gruppo USA con cui siamo stati in tour, band strepitosa. Per la serie “idoli giovanili” già con Mike Watt ci siamo tolti una gran soddisfazione!

Interrogatorio finito, possiamo ritenerci soddisfatti. Vi ringraziamo per la vostra disponibilità e sincerità, e speriamo che quest’intervista possa essere un utile spunto di discussione per appassionati e per addetti ai lavori. Ci vediamo domenica 14 settembre al Level.

Iacopo Galli e Adriana Vernice

Redazione musicale

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