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TAGOFEST 2014 – 9 domande ai Modotti

10483929_489963944467237_5062292550475123424_nIn occasione della decima edizione del Tagofest, il festival delle etichette indipendenti, abbiamo intervistato alcuni gruppi partecipanti. Ieri si è tenuta l’ultima giornata del festival che ha ospitato sul palco, tra gli altri, anche i Modotti.


Luca Zarattini, 
Marco Zarattini, Marco Boccaccini: questi i nomi del trio ferrarese, che dopo il primo EP del 2009 autoprodotto, Le sens du combactnel 2012 ha inciso l’album I migranti. Vedono la musica come unica via di fuga, definendosi «tre alieni in un paese piccolo quanto uno spillo in mezzo all’acqua»Ecco qui di seguito le loro risposte alla nostra intervista.

1. È il primo anno che partecipate al Tagofest? Se sì, cosa vi aspettate da questo festival? Se invece ci avete già partecipato, raccontateci la vostra esperienza.

È la prima volta che partecipiamo al Tagomago festival: per noi è il nome di uno spazio importante che speriamo riesca a fornirci la temperatura dello stato attuale delle cose in Italia nell’ambito della musica alternativa. Un momento di dialogo e confronto sul fare musica e verso dove soprattutto.

2. Pensate che questo festival sia cresciuto rispetto al passato?

Non avendone esperienza, ma basandoci su di una attenzione sempre crescente attorno al festival, riteniamo importante il margine di crescita di questo avvenimento.

3. Cosa significa fare musica indipendente in Italia? che cos’ha di diverso la musica indipendente italiana rispetto a quella prodotta all’estero?

Fare musica indipendente significa non fare musica per il mainstream, punto. Significa sotterrare tutte le logiche di marketing e infischiarsene dell’estetica della musica, puntando solo sulla necessità di suonare qualche cosa che arrivi dal cuore e dai nervi. In Italia come all’estero, il sistema si è impadronito di canoni, stili e culture, lasciando burattini e maschere in grado di rappresentare bisogni; semplicemente domanda e offerta. Questo a noi non interessa.

4. Quali sono i pro e i contro nel lavorare sotto un’etichetta discografica indipendente? Per voi ci dovrebbe essere maggiore collaborazione? E come reagireste ad eventuali avvicinamenti con etichette di più ampio target (cosiddette major), ma che presentano nel loro bouquet artisti di generi profondamente diversi da voi?

 Nella musica indipendente, tutto si basa sul conoscersi personalmente e nella stima reciproca di coloro che decidono di credere nelle loro scelte artistiche (per lo meno a noi è capitato questo). Il pro è che non ci sono soldi di mezzo o pochissimi, quindi si filtrano subito le persone, e la loro umanità, in un contesto di onestà e rispetto. I contro sono rappresentati dalle lobbies interne al mercato della stessa musica indipendente che non fanno abbastanza squadra. Poi aggiungiamo i mezzi di comunicazione che non fanno altro che comportarsi da salottieri frustrati e incompetenti, per cui paraocchi e snobismo gli ingredienti della distruzione di massa.

5. L’industria discografica ha subìto un repentino mutamento negli ultimi anni: in poco più di un decennio siamo passati dai CD agli MP3 fino allo streaming (Spotify, Deezer, ecc.). Secondo voi il web è un buono strumento per far conoscere la vostra musica o un ostacolo a livello di mercato discografico?

Il web è un ottimo strumento se usato bene, come tutti gli strumenti. Questa falsa democratizzazione degli spazi e della visibilità rischia di compromettere la qualità della musica e contribuire ad una omologazione degli stilemi imperanti richiesti dal marketing e dalle paginone centrali di ragazzotti hipster ostentate su Rolling Stone.

6. E che ruolo dovrebbe avere per voi un’etichetta adesso? Dovrebbe curare maggiormente l’aspetto live delle proprie band, o magari fungere da marchio di autorevolezza, utile in quest’epoca di sovraffollamento di proposte musicali?

Un etichetta ora dovrebbe aiutarti a suonare in ogni buco disponibile dove esista corrente elettrica e definire un solco emotivo da perseguire con il suo lavoro. Credere in qualche cosa e riuscirlo a comunicare attraverso i gruppi del suo rooster, come faceva SST e DIschord, nell’America che fu.

7. A proposito di festival, di recente un articolo di Repubblica pontificava sul come una manifestazione come lo Sziget salverebbe l’Italia, con l’inevitabile strascico di commenti in disaccordo. Ecco, pensando ai vari Pistoia Blues, Umbria Rock, Radar, ecc. secondo voi da questo punto di vista siamo davvero così indietro rispetto agli altri Paesi europei? Deficitiamo nell’organizzare eventi del genere o nella realizzazione pratica degli stessi? Soluzioni?

I festival sono importanti, questo paese è un festival di festival: festival del sentire, dello slow food, dello slow walk, sagra del cotechino e della porchetta… poi ci sono festival musicali bellissimi ma finché i piani alti della comunicazione non ne vorranno parlare rimarranno piccoli e limitati. Poi tutti ne parleranno, avremmo di nuovo Parco Lambro, sarà di nuovo il ’76 e saremmo tutti sputtanati. Il tempo della musica forse arriverà anche qui.

8. Degli altri partecipanti a questo festival c’è qualcuno con cui vorreste collaborare?

Sono molti i gruppi partecipanti al Tago Fest degni della nostra stima. Molti li conosciamo anche personalmente ed abbiamo avuto il piacere di condividere lo stesso palco (Melampus, Zeus, Junkfood, per citarne qualcuno). La scena romana di Neo, Squartet, Mombu è a nostro avviso particolarmente interessante. Con  qualcun altro invece, quale G.B., propriamente detto Giorgio Borgatti (UpupaProduzioni) e Bob Corn, anche detto Tiziano Sgarbi, ci abbiamo prodotto il nostro ultimo lavoro… e diremo che la collaborazione continuerà.

9. Al di fuori del festival invece? Ci sono artisti indipendenti (sia italiani che stranieri) con cui vi piacerebbe collaborare?

 Three Second Kiss.

Ringraziamo i Modotti per la disponibilità, e vi diamo appuntamento all’anno prossimo per una nuova edizione del Tagofest!

Adriana Vernice e Iacopo Galli

Redazione musicale

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