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Taxi Teheran, la “lettera d’amore” clandestina per il cinema

cinema-taxi-teheran-08Appena ho avuto l’onore di vederlo, dopo averne sentito parlare, non ho resistito dallo scriverne. Come spesso accadde con film di questa tipologia, Taxi Teheran è passato in sordina invece di ricevere le attenzioni che meritava. “Una lettera d’amore per il cinema”, così Darren Aronofsky, Presidente della Giuria del Festival di Berlino 2015, ha definito l’ultimo lavoro di Jafar Panahi, motivando la scelta di consegnare l’Orso d’Oro a questa piccola pellicola (80 minuti appena) racchiusa all’interno di un vecchio taxi nella Teheran dei giorni d’oggi.

Jafar Panahi non doveva nemmeno farlo questo film. La legge iraniana lo ha condannato a non poter dirigere, scrivere sceneggiature o rilasciare interviste per almeno 20 anni. Pena la detenzione per 6 anni. Non può nemmeno lasciare il paese Panahi. A Berlino il premio è stato ritirato dalla nipotina, meravigliosa co-protagonista della pellicola. Ma per l’amore del cinema si fa tutto e così Panahi ha continuato a girare clandestinamente per mostrare al mondo il suo paese ed il suo innato talento. Sfidando qualunque divieto e censura. E dopo l’Orso d’Argento vinto nel 2006 per Offside è riuscito a fare centro a testimonianza di come l’artista iraniano sia apprezzato ovunque.

Un film coraggioso e rivelatore quello di Jafar Panahi, sull’Iran e sulle sue assurdità. 80 minuti in cui il regista mescola finzione e realtà, improvvisandosi tassista per un giorno e caricando sulla sua auto vecchia e malandata persone di varie estrazioni sociali che possono rappresentare le molteplici sfumatura se non dell’Iran, della sua capitale. Mostrandoci, inoltre, come le nuove tecnologie riescano a mettere in difficoltà i regimi moderni, che per questo non riescono più ad impedire efficacemente alle persone di testimoniare ciò che vivono.

Armato di telecamera nascosta il regista si troverà a confrontarsi con estimatori delle “pene esemplari”, maestre d’asilo ragionevoli ma bistrattate fino a donne arrestate con l’unica “colpa” di aver voluto assistere ad un evento sportivo. Situazioni che diventano anche estreme, come quando l’auto carica un uomo ferito dopo un incidente insieme alla giovane moglie disperata. Una vera e propria avventura che raggiunge il suo climax con il dialogo intrapreso tra il regista e la sua nipotina sulle regole imposte dalla censura cinematografica iraniana per ogni film.

Un film anti-censura che sfida un paese intero con il coraggio della denuncia. Una piccola gemma neorealista che vuole far conoscere ciò che si vorrebbe tenere celato. Cercando di guardare in profondità nel modo più semplice possibile. In Iran non verrà mai distribuito (così come altri lavori scomodi), ma sono certo che qualche piccolo venditore abusivo di film lo farà circolare per le vie affollate e desiderose di libertà di Teheran.

Giacomo Corsetti

@giacomocorsetti

 

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