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Tennis e altri disturbi mentali

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“Nel tennis i meccanismi motori traducono la storia personale e il carattere in colpi e caratteristiche di gioco. Un metodico tenderà a giocare in modo metodico, mentre chi ha estro nella vita lo tirerà fuori anche in campo, tesa, in cui i due avversari si esprimono al meglio e gli errori non hanno un peso determinante, è prima di ogni altra cosa uno scontro di psicologia”
O anche: il tennis secondo John McPhee, l’autore di Levels of the Game, caposaldo della saggistica sportiva Americana, giunto in Italia nel 2013, troppo tardi, con il titolo Tennis in seguito alla traduzione di Matteo Codignola.

È cosa indubbia che la componente psicologica sia quella dominante nello sport della racchetta e della pallina gialla. Infatti, non c’è stato giocatore che, nel rilasciare la propria definizione di tennis, non abbia fatto menzione dell’aspetto mentale. Così, McPhee, dal basso del suo livello tennistico amatoriale, ma dall’alto delle sue 4 candidature all’invidiato Premio Pulitzer, ha raccontato la semifinale degli Us Open del 1968 fra Arthur Ashe e Clark Graebner, dalla testa dei due giocatori.

La partita offre spunti per parlare d’altro, con l’obiettivo di descrivere il contesto storico-politico americano del periodo: l’eterno scontro, targato Usa, fra Democratici e Repubblicani, quello tra ricchi e poveri, ma soprattutto quello fra bianchi e neri. Così facendo  sono usciti i ritratti dei due tennisti. Da una parte Graebner, figlio di un dentista, esponente della borghesia Americana, che, nel suo percorso di vita, non troverà ostacoli se non di natura tennistica. Per citarne uno, proprio il suo sfidante in questione, Arthur Ashe, cioè il primo grande tennista nero. Di tutt’altra estrazione sociale, Arthur, ha dovuto lottare contro i vari ostacoli razziali che gli si sono interposti nel suo cammino: dalle prime difficoltà nella semplice possibilità di giocare a tennis (all’epoca, i neri facevano parte di un’associazione diversa di quella dei bianchi) fino allo scetticismo di chi lo vedeva troppo esile, passando per le difficoltà, di ogni genere, con cui la sua famiglia doveva convivere.

Lo scopo era quello di rendere concreto il desiderio per cui due americani, semplicemente rivali in campo, e diametralmente opposti da un punto di vista sociale, potessero stringersi la mano a fine incontro. Per fare ciò, l’autore statunitense ha riunito i due giocatori in uno studio e ha ampliato le sue supposizioni con le loro “reminiscenze psicologiche” del match.

Non è un caso che sia estremamente difficile seguire con attenzione l’andamento della partita (finirà con un 4-6, 6-0, 7-5, 6-2 a favore di Ashe, ma rappresenta un “particolare” di ben poca rilevanza). L’obiettivo era proprio quello di trasmettere la sua concezione di tennis, che ha nell’elemento principale il disorientamento psicologico, caratteristica imprescindibile nel profilo di un qualsiasi tennista.

Se si dovesse riassumere ciò che John McPhee pensa del tennis non basterebbe fare altro che riportare le parole, presenti nel libro, di Boris Becker: “Why am I playing tennis?” (Perché gioco a tennis?).1900_2773vintage-tennis-art-wall-racquet3
Tal Boris Becker però non è un frequentatore del circolo tennis dell’autore, né tanto meno un caso d’omonimia: si tratta del più grande giocatore che la Germania abbia consegnato a questo sport. Non è un caso. McPhee voleva dare una definizione trasversale di tennis, che andasse bene per un qualsiasi livello, e quella di “disturbo mentale” è forse la più congrua.

Davide Perfetti per Radioeco

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