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Thanks For Vaselina – Compagnia Orfeo @Teatro Era

Carrozzeria Orfeo si sa, è una sicurezza. Come dice giustamente Di Luca non è più una “ giovane compagnia”. Alla centesima replica di Thanks for Vaselina ormai è tutto molto rodato, tutta la scena scorre addosso ai personaggi-attori, quasi come un flusso, che a volte rischia di essere scontato.

Thanks For Vaselina - Fotografie di Guido Mencari

Thanks For Vaselina – Fotografie di Guido Mencari

Thanks For Vaselina: tutto si muove all’interno di un appartamento, a cui si accede con una sola porta che si apre su un mondo sconosciuto. Le uniche interazioni con l’esterno sono urla dalla finestra o l’oblio delle scale. All’interno dell’appartamento i protagonisti hanno costruito un impianto di coltivazione intensiva di marijuana. Il commercio illegale di droga è solo un pretesto narrativo per creare l’intreccio della storia. Come ammette lo stesso drammaturgo, ciò su sui si concentra lo spettacolo è l’evoluzione dei personaggi, la loro crescita, il loro climax personale. Una crescita che li rende verosimili e quindi credibili a chi guarda.

Così si muove e danza, tra luci ultraviolette e profumi alla papaya, una serie di umanità caratteristiche. Ogni personaggio porta un tema, un significato che verrà svolto all’interno della storia. La cicciona, che non ha chances sociali e che finirà fregata e incinta, il cattivo con il lato dolce, il pacifista che compie il vero tradimento. In questa crescita ogni personaggio ribalta se stesso, in un superamento della narrazione stereotipica che puzza, a volte, di controstereotipo e che rischia di diventare convenzione a sua volta.

Gli attori sono magistralmente bravi. Ognuno riesce a portare il personaggio in punti oscuri, non ancora tracciati, mettendo in atto tutta la tecnica utile alla narrazione. La cosa che impressiona di più è l’uso della voce e della postura, tenuta, caratterizzata, specifica. Le due donne (Beatrice Schiros e Francesca Turrini) controllano la scena e con le loro opposte fisicità tengono in piedi il ritmo di tutto lo spettacolo, una nella velocità e una nella lentezza, trovando apice nelle scene a due. Il linguaggio usato, diretto e denso di parolacce, è uno degli elementi migliori. Ognuno di noi straparla, dice parole non consone, arricchisce le frasi con linguaggio colorito. E questo è la vita reale. Così il parlato non è mai volgare, perché non è turpiloquio fine a se stesso, ma strumento di realismo necessario.

Thanks For Vaselina - Fotografie di Guido Mencari

Thanks For Vaselina – Fotografie di Guido Mencari

Carrozzeria Orfeo si sa, è una sicurezza. Forse fin troppo. A metà dello spettacolo tutto si ferma e gli attori, in una sorta di rito conciliatorio, musicano un momento onirico con tazzine da caffè e cucchiaini (anche qui bellissima interpretazione personale del gesto). La scena diventa onirica, simbolica, quasi performativa. Viene il dubbio che sia un’improvvisazione collettiva, per il grado di ascolto degli attori. Le orecchie si riposano e il cervello si accende. Tutto ciò che era stato spiegato, detto, verbalizzato, rendicontato, ribadito, rispiegato dagli attori fino a quel momento, si placa. Finalmente, solo per pochi minuti, il ruolo dello spettatore diventa attivo. Viene come scosso da un assopimento intellettuale di fruizione, mascherato da intrattenimento, da una richiesta di collaborazione. Si chiede al pubblico di immaginare, creare insieme ciò che viene narrato. Il teatro, a differenza del cinema, ha la magia della relazione con il pubblico. Le risate, le lacrime, i sussulti sono reali, così come il coinvolgimento e ogni reazione viene lanciata sul palco e ributtata in platea, in un continuo scambio. Rimane così il rammarico della poca fiducia riposta nello spettatore da Di Luca, che ha tessuto le parole del testo. Il pubblico è intelligente, sveglio ed ha voglia di giocare al teatro insieme agli attori, altrimenti userebbe altri strumenti per “intrattenersi”.

Così, invece, i temi affrontati rimangono ad aleggiare sulle teste, in platea. La famiglia, i rapporti genitoriali “ che vadano a fare in culo Freud e anche Edipo”, le dipendenze. L’esigenza di raccontare si percepisce come reale, voluta e cercata ma rimane solo sullo sfondo di una ricerca pop, che rischia, con la scusa del divulgativo, di essere fin troppo superficiale.

Flaminia Vannozzi per RadioEco

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