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The Babadook: un horror raffinato

Da bambina non c’era cosa che mi spaventasse di più degli alieni. Passavo notti in bianco, sicura di vederli strisciare da sotto il letto da un momento all’altro e afferrarmi nel sonno con le loro dita gelide e scivolose. Ci sono voluti anni per capire che gli alieni erano solo la materializzazione di quello che mi spaventava di più: la paura del diverso, dell’ignoto, di un qualcosa di lontano e impossibile da comprendere.

The Babadook me lo ha fatto ricordare. Mi ha fatto ricordare che la paura è un fatto interiore: nasce dalle viscere della nostra mente che poi, per esorcizzarla, gli attribuisce una forma, un volto, in modo che sembri altro rispetto a noi, altro da cui scappare, di cui avere paura.

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Siamo di fronte a un horror prezioso, il cui scopo non è solo spaventare lo spettatore ma portarlo a riflettere. Insieme ai cliché del terrore porta con sé una morale che si rivela alla fine, come solo le più grandi favole sanno fare. Ed è proprio questo a distinguerlo dalla miriade di filmetti che negli ultimi anni hanno affogato il genere horror relegandolo alla nostalgica reminescenza degli anni che furono.

Non si tratta di un film impeccabile certo, ma la regista Jennifer Kent, al suo esordio nel genere, ci prova e fa il pieno di incoraggiamenti da parte della critica.

Ormai lontani dalla moda dell’horror amatoriale stile Rec, The black witch project e l’ultimo in ordine di successo, Paranormal Activity, la Kent recupera il controllo della regia. Con questa, unita a un’eccezionale capacità introspettiva, scava profondamente nell’animo triste della sua protagonista Amelia (Essie Davis), rimasta vedova dopo un incidente stradale mentre il marito la accompagnava all’ospedale per mettere al mondo il figlio. E proprio lui, Samuel (Noah Wiseman) è il secondo elemento portante della storia. Sei anni, occhi scavati, animo inquieto e trasparente.

La loro esistenza, già schiacciata da parole non dette stipate in una casa troppo grande, viene improvvisamente sconvolta dal ritrovamento di un inquietante libro per bambini intitolato Mister Babadook.

La sua copertina rossa seduce, il suo contenuto terrorizza. In poche pagine cartonate si racconta la storia di un mostro dalle dita lunghe e affilate come coltelli, avvolto in un mantello nero, capace di trasformare le notti in incubi e gli incubi in vita reale. Poco tempo e Amelia capisce che è necessario disfarsene per impedire che il figlio ne diventi ossessionato: lo strappa, lo brucia. 

Ovviamente, tutto inutile. Non ci si può liberare di Babadook.

Alla richiesta “let me in!” di Babadook i due non si oppongono abbastanza e in men che non si dica, addio alle relazioni familiari, agli amici, ai pretendenti, alla polizia, perfino alla vecchia vicina che si ritrova davanti porte e finestre chiuse in faccia. Poche sequenze e gli spiragli di luce fuori dalla casa si annullano e tutto si riduce a uno spazio temporale vissuto solo all’interno in cui diventa difficile distinguere il giorno dalla notte.

Il male è dentro e “questa notte non entrerà nessuno!”. Il contorcersi del tempo e dello spazio su se stesso si sposa e amplifica i deliri della protagonista, posseduta da una follia aggressiva che a momenti lascia presagire il peggio. 

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Il climax finale è travolgente perché originale. Una originalità non spontanea ma studiata che è un mix riuscito tra l’horror d’annata alla Mario Bava, lugubri atmosfere burtoniane e sequenze psicotiche alla Aronfsky. Il tutto bilanciato da una colonna sonora precisa e mai invadente, e una fotografia nitida e realistica che si sofferma spesso a ritrarre crudelmente in primo piano il volto distrutto della protagonista.

Il risultato è un film horror che aspettavo da tempo. Affascinante, oscuro e profondo. Non uno che non fa schizzare l’adrenalina alle stelle o saltare sulla poltrona magari.Ma un film che si annida nel profondo, da digerire, maturare, consigliare.

Poi, ne sono sicura, quando penserai di essertene dimenticato, inaspettatamente arriverà il giorno in cui sentirai battere tre colpi nella notte e il tuo pensiero andrà… la tua voce sussurrerà… “Babadook, dook, dook”.

baba

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