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The Binding of Isaac: Rinascita

Isaac and his mother lived alone in a small house on a hill. Isaac kept to himself drawing pictures and playing with his toys as his mom watched Christian broadcasts on the television. Life was simple and they were both happy.

Questo almeno fino a quando Dio non chiede alla mamma di Isaac di sacrificarlo. Sì, suona già sentito anche a me. Il numero di ore che ho investito nel titolo originale, The Binding of Isaac, è sostanziale. Sul serio. Se mi avessero detto che mi sarei fatto dare per disperso da cari e amici, che avrei tolto ore al sonno, al cibo e alle funzioni primarie, soltanto per fare in modo che queste ultime mi difendessero dagli incubi che popolano la fantasia di un bimbo macrocefalo le cui lacrime, urina e feci sono le principali vie offensive, avrei passato loro direttamente martello e bisturi e mi sarei tratteggiato la corteccia prefrontale con un pennarello.

Il numero di ore di gioco di Yours Truly. Avrei potuto fare così tante cose con quel tempo...

Il numero di ore di gioco di Yours Truly. Avrei potuto fare così tante cose con quel tempo…

Rebirth può essere considerato un remake, ma anche un’espansione. Edmund McMillen ha affidato il suo piccolo alla Nicalis (casa dietro il remake di Cave Story, altra pietra miliare indie) e finalmente ha potuto ottenere le features che aveva sempre desiderato, ma che non erano state attuate per limitazioni sia di hardware (il gioco originale era sviluppato in flash, con problemi conseguenti come l’impossibilità di salvare la partita) sia di tempo (lo stile grafico, che risultava molto più morbido, in Rebirth è tornato al poligonale).

Per chi non avesse mai giocato nemmeno alla prima installazione del gioco, la questione è più o meno questa: il gioco si basa parzialmente sulla storia personale dell’autore e sulle sue deviazioni, ma il mondo allegorico tratteggiato serve solo come sfondo e lontana interpretazione di questo roguelike che non perdona. Ogni morte è permanente, ogni partita è fine a sé stessa. Sia ben chiaro, il gioco ha talmente tanti di quei rimandi al classico Zelda, da chiedersi se sia un plagio vero e proprio.

The Binding of Isaac: Rebirth è una sorta di poemetto amoroso a tutti i dungeons, quelli in cui Link vaga per primi. Ma è anche un bildung-arcade-roguelike: Isaac non è altro che un lagnoso e nudo bambino quando entra nel baule per difendersi da sua madre e il suo coltellaccio da cucina, ma più scende nel baratro, più si modifica. C’è progresso, degli oggetti vengono scoperti, i proiettili di Isaac (le sue stesse lacrime) cambiano, le sue statistiche salgono, il suo aspetto viene modificato radicalmente e casualmente (ogni partita offre dungeons costruiti proceduralmente e oggetti differenti). La scoperta e l’esplorazione sono le features principali e l’unico mezzo di sopravvivenza. Ogni run ha un numero limitato di oggetti, sta alla bravura del giocatore e al “si fa quel che si può” con quello che la partita ti offre.

La schermata di avvio. DISCLAIMER: quando vedrete questa sarà già troppo tardi.

La schermata di avvio. DISCLAIMER: quando vedrete questa sarà già troppo tardi.

Rispetto a The Binding of Isaac, Rebirth offre molti più oggetti, stanze che non sono più solamente quadrate e di dimensione fissa, ma possono variare nella forma e nella grandezza, nuovi nemici (in aggiunta a tutti quelli vecchi), nuovi personaggi giocabili, challenges e 178 achievements. 178. No, non vi laurerete mai più.

Con tre ore del nuovo Isaac sulle spalle posso dirvi che i nuovi contenuti non fanno altro che aumentare la longevità di un titolo già virtualmente infinito, e potenzialmente perfetto. Se i roguelike sono il vostro genere, mi sento in dovere di consigliarvi The Binding of Isaac: Rebirth.

Ora scusatemi, ma devo rientrare nel baule, indossare le scarpe di mamma, farmi accompagnare dall’anima di uno dei miei fratellini mai nati, ispessire le mie lacrime con del latte al cioccolato e cercare di combattere me stesso per l’ultima volta.

TBoI:Rebirth è disponibile su Steam o, se per voi i DRM sono il male, su Humble Store.

Guglielmo Piacentini

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