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Topic: Marina and the Diamonds. L’importanza di chiamarsi Marina

Marina ai tempi di Electra Heart

Nell’era di Katy Perry, Taylor Swift e Miley Cyrus, differenziarsi è diventata oramai una parola d’ordine. Di cloni ce ne sono abbastanza, è ora necessario per le neo-popstars creare non solo sound sempre nuovi e contemporanei, ma soprattutto una vera e propria estetica (fisica, artistica…) postmoderna. Ed è proprio quello in cui la nostra cantautrice greco-gallese Marina Diamandis, in arte Marina and the Diamonds, è particolarmente brava. Dopo l’esordio nel 2010 con The Family Jewels (sì sì, i famosi gioielli di famiglia), Marina and the Diamonds inizia a mettere in scena e in musica la sua performance più potente: Electra Heart.

A partire dall’agosto 2011 per i successivi due anni Marina scompare in favore del suo alterego,  Electra Heart appunto: adolescente californiana bionda (tinta, in realtà una parrucca), perennemente vestita di rosa e con il pallino della fama e della ricchezza a qualsiasi costo. Un mix letale che sembra uscito dall’unione tra un film di Sofia Coppola, l’estetica di Dolly Parton ed un fumetto dark, a tratti grottesco. Electra Heart diviene dunque un disco che vende circa 30.000 copie nel Regno unito dopo due settimane dall’uscita. Nel frattempo continuano ad uscire sul canale ufficiale della cantante video di Electra Heart e delle sue canzoni, a partire dal primo, “Fear and Loathing”, presa di coscienza di Electra sul vuoto che governa la sua vita («Don’t wanna live in fear and loathing, I want to feel like I’m floating»), nel cui videoclip si vedono solo frammenti del viso della cantante sui vari specchi del bagno dove questa si taglia i capelli, sino a “Teen Idle”, elencazione di un vero e proprio decalogo della celebrità made in U.S.A. («I want blood, guts and chocolate cake, I want to be a real fake»). Electra Heart ci darà l’addio prima attraverso un tweet ufficiale della cantante, poi con un video conclusivo, requiem di questo infinito processo di falsificazione e annullamento del corpo che è stato questo concept album.

A settembre 2014 la cantante annuncia che nel febbraio 2015 uscirà il suo terzo album, Froot, del quale viene lanciato l’omonimo singolo. Si preannuncia ancora una volta un album dal fil rouge, stavolta della frutta, ed effettivamente Marina è molto brava a fare questo: a creare lavori su livelli multipli, così come Lana Del Rey, Iggy Azalea e M.I.A (e  chi dice che la musica popolare americana è morta?). Partendo da una cosa banale, effimera, sciocca, parlando di amore, affetti, dolori e al contempo riflettendo sullo stato dell’arte della musica americana.

Immagine promo di Froot (uscite prevista nel febbraio 2015)

Il sound di Marina and the Diamonds risulta profondamente influenzato dall’electropop anni ’80, con parti ritmiche sintetizzate che sembrano direttamente uscite invece dagli anni ’90. Se l’album di esordio The Family Jewels conteneva più elementi rimandabili alla new wave, quella dei Talking Heads, Electra Heart è naturalmente il fiorire e l’esplodere di quanto sonoramente esiste di più commerciale, cool e girlie. Chi sostiene però che è un lavoro in cerca della hit è stato beatamente fregato dal gioco di Marina, un insieme di citazionismo pop e humour nero. Lo stesso stile di Marina nel periodo Electra Heart è un gioco, a metà «tra il vintage, una cheerleader e un cartoon».

Living la dolce vita.

Irene Coluccia

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