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Tra lacrime e domande senza risposta, addio Sic

Questa mattina, pochi minuti prima delle 11, il giorno di festa della settimana si è trasformato in un giorno drammatico, listato a lutto, per molti appassionati di sport e non: Marco Simoncelli, il pilota romagnolo della Honda, ha perso la vita in seguito ad uno spaventoso incidente che si è verificato durante il secondo giro del GP della Malesia. Nell’affrontare una curva, Sic ha perso il controllo del mezzo, è scivolato, ha tentato di restare aggrappato alla moto, mentre quest’ultima lo trascinava però inesorabilmente verso il centro della pista dove stavano sopraggiungendo Edwards e Rossi, che non hanno potuto far niente per evitare il terribile impatto. Vani tutti i tentativi di soccorso che per quasi un’ora hanno tentato di restituire alla vita lo sfortunato campione.

Così, l’adrenalina della gara (immediatamente sospesa e poi annullata) ha lasciato il posto all’incredulità, allo shock e al dolore, immenso, degli altri piloti, molti dei quali suoi amici (primo fra tutti Valentino, che era proprio lì dietro di lui al momento dell’incidente, e ha urtato la moto di Edwards per poi colpire il casco di Simoncelli, togliendoglielo!, anche se pare, puramente a titolo di cronaca, che fatali siano state le ruote del pilota statunitense), dell’intero paddock, del pubblico sugli spalti e di quello a casa.

Di fronte alla morte di un ragazzo di ventiquattro anni, il senso di impotenza è talmente sconfinato che tutti, più o meno, ci siamo sentiti parte di questa tragedia. E se il fatto che Marco fosse un personaggio pubblico ha ovviamente pesato nel propagarsi del dolore (faceva, e fa davvero effetto, vedere intere bacheche di Facebook piene di messaggi di cordoglio e di pensieri struggenti che moltissimi, giovani e meno giovani, hanno voluto dedicare a questo ragazzo), senza dubbio è la sua età che fa male, che pugnala il cuore, che porta sofferenza anche in chi non seguiva il mondo dei motori, anche in chi, prima di stamani, non aveva mai visto il Sic. E’ la sofferenza di pensare che è ingiusto morire quando si ha tutta una vita davanti, di dover accettare che purtroppo quando il destino chiama non è possibile opporvi resistenza. Dolore e impotenza, sono queste le sensazioni che si provano. E più si è vicini a chi è stato colpito, più queste sensazioni diventano macigni, e fanno fatica ad andarsene. In qualcuno, in molti, non se ne andranno mai più, e mi riferisco alla famiglia, alla fidanzata, ai parenti, agli amici più cari.

Perché si muore a 24 anni? Ma perché Gesù non l’ha salvato? – avrà chiesto qualche bambino a suo padre dopo aver appreso la notizia. E il genitore lì, seduto accanto a lui, davanti alla tv, immobile, a cercare le parole per spiegare a suo figlio che nella vita certi perché rimangono senza risposte. Proprio come fece mia mamma, quando a 9 anni, vidi morire Ayrton Senna in un devastante Primo Maggio 1994 che non sono riuscito più a togliermi dalla mente.

Non c’è un senso, non c’è una logica, che possa spiegare, e men che meno convincere. E’ così, punto e basta. E’ per questo che in certi momenti si è sconvolti, perché ci si sente “come d’autunno sugli alberi le foglie”. L’unica, piccolissima consolazione è che non è morto in una guerra voluta da altri, ma se n’è andato vivendo da protagonista la passione più grande della sua vita. Addio Capellone, ci mancherai. Ci mancherà il tuo sorriso, il tuo accento, il tuo essere sempre te stesso con tutti e davanti a tutto, in un mondo che invece abbonda di ipocriti. E non sono parole di circostanza, eri davvero così.

Andrea Salvini

Redazione Sportiva

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