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Un anno di Queersquilie

Ho conosciuto la realtà di Queersquilie lo scorso maggio, in occasione dell’incontro con Lorella Zanardo avvenuto a Palazzo Ricci e organizzato appunto dal collettivo queer. Ho poi scoperto la pagina facebook, il blog e il programma Queerwave su Radio Roarr.

In occasione del suo primo anno di vita ho ho voluto dedicare loro un articolo. Qui di seguito troverete l’interessante conversazione che ho intrattenuto con Georgia, Aurora e Viviana.

Il logo di Queersquilie

Il logo di Queersquilie

Cosa c’è alla base di Queersquilie?

Georgia: Più di due anni fa si forma un gruppo di autocoscienza. L’idea è quella dell’autocoscienza femminista degli anni sessanta. C’era in noi tanta volontà di affrontare tematiche inerenti al femminismo, alla questione LGBT e alla sessualità.

Come si svolge un gruppo di autocoscienza?

Aurora: Generalmente scegliamo un tema, portiamo del materiale raccolto, ci mettiamo in cerchio, beviamo una birra e parliamo di ciò che ci è capitato di sentire leggere o di cosa abbiamo sperimentato noi. 

Viviana: O di esperienze della nostra vita che adesso reinterpretiamo diversamente.

A: L’autocoscienza fa molto gruppo, si crea molta complicità. 

G: Ciò che si dice in autocoscienza non deve essere detto al di fuori.

A: Potersi aprire cogli altri non è semplice, devi avere molta fiducia nell’altro ma prima devi aprirti con te stesso o con te stessa.

Come si è passati dall’autocoscienza al collettivo?

A: Finivamo sempre a parlare in Vettovaglie o Cavalieri ed eravamo più ragazze che ragazzi. Le questioni di genere fanno parte degli interessi personali di ciascuno di noi. È nato poi un gruppo Facebook in cui condividevamo articoli video, classificandoli per tematiche. Alcune cartelle le abbiamo inserite nel blog. Da alcuni è stata espressa la voglia di fare qualcosa di più pratico, anche a livello politico, per la città. Abbiamo cercato di porre le basi di ciò che volevamo fare, cosa volevamo diventare.Nel gennaio 2014 è stato scritto il manifesto, nel quale abbiamo scritto collettivamente ciò su cui avevamo riflettuto nei mesi precedenti. Il 20 gennaio abbiamo dato vita a Queersquilie. Ad oggi siamo in dieci, tra ragazzi e ragazze.

Perché Queersquilie?

A: Prima ancora di avere un nome, sapevamo già che i due pilastri del collettivo sarebbero stati il femminismo e la filosofia queer. Politicamente parlando, volevamo che il collettivo fosse tutto femminista e queer. Il femminismo denuncia il patriarcato e il queer denuncia l’eteronormatività.

Il nome è nato dal fatto che c’è un collettivo femminista romano che si chiama Ribellule e a me piaceva tantissimo. Cercavamo quindi altri giochi di parole. Non so bene come mi sia uscito Queersquilie, ma l’ispirazione è arrivata anche grazie ad Anacleto della Spada nella roccia. Scherzi a parte, c’è una spiegazione più seria dietro: le questioni di genere vengono considerate delle sciocchezze o non vengono considerate nel modo in cui noi vorremmo. 

I vostri primi eventi?

G: Quello che le donne vogliono è stato il primo evento che ha visto la nostra prima azione pubblica. Era una kermesse sulle passioni delle donne che si svolgeva alla Stazione Leopolda. Abbiamo chiesto il permesso di fare un presidio per entrambi i pomeriggi lì davanti. 

A: Gli organizzatori stavano promuovendo la loro idea di quello che le donne vogliono. La donna veniva ancora una volta presentata come un oggetto sessuale, che deve avere un tacco 12 e sedurre. Però non si è pensato alle alternative: se sei donna e non ti interessano quelle cose o se sei uomo e ti interessano.

G: Durante il presidio alcuni cii hanno urlato contro frasi tipo “Femministe che non si depilano! Femministe depresse!”

V: Poi è stata la volta della campagna Come mi vorrei, che prende (contro)ispirazione dalla trasmissione condotta da Belen Rodriguez. 

G: Tramite facebook è nata la lotta contro il conformismo di genere che la trasmissione proponeva.

V: Nella trasmissione si proponeva lo stesso pacchetto non diversificato. Del tipo “Sei depressa? Lisciati i capelli”, “Sei troppo aggressiva col tuo ragazzo? Sii docile.” L’eterosessualità è data sempre per scontata. Abbiamo lanciato l’hashtag #comemivorrei e scritto un comunicato. Il programma, per fortuna, si è rivelato un flop e non è più andato in onda.

Il collettivo Queersquilie con Lorella Zanardo (in alto al centro)

Il collettivo Queersquilie con Lorella Zanardo (in alto al centro)

Come avete proseguito poi?

A: Terminato l’anno accademico la nostra attività ha avuto uno stop. A settembre ci siamo rivisti e abbiamo cercato di seguire due azioni: quella di informazione in università e quella più pratica di attivismo. C’è anche una terza linea che è quella della formazione interna dei membri del collettivo.

Vi muovete da sol* o collaborate con altri gruppi?

A: Abbiamo fatto parte di Educare alle differenze in una due giorni organizzata a Roma dall’associazione Scosse che promuove l’educazione inclusiva all’interno delle scuole

G: L’obiettivo era quello di creare una rete nazionale, ma Scosse è stata attaccata più volte dalla Chiesa e dal cardinale Bagnasco. Allora l’associazione ha richiamato l’attenzione degli altri gruppi che si occupano di educazione alle differenze e questione di genere.

Una delle consegne di scosse era quella di proseguire questo percorso nel proprio territorio. Anche noi abbiamo deciso di organizzarela prima assemblea pubblica, che si è svolta il 24 gennaio nella Scuola Mazzini. Possiamo dire che si è creata una rete pisana.

A: Per quanto riguarda l’università abbiamo avviato il cineforum sull’empowerment, con incontri bisettimanali. 

V: I film proposti sono stati Il colore viola, Pomodori verdi fritti, La bicicletta verde e Persepolis.

A: Abbiamo organizzato anche un laboratorio sui sex toys verso metà dicembre al Teatro Rossi Aperto con Maia Pedullà. Il workshop è stato intitolato Giochiamocela ed era incentrato sulla praticità degli oggetti legata al desiderio sessuale.

Che tipo di femminismo portate avanti?

A: Più che di femminismo si parla di femminismi. Nella maggior parte dei casi ci si rifa al femminismo bianco occidentale. Con Queersquilie per esempio abbiamo fatto una presentazione di Modificazioni dei genitali femminili nella libreria Tra Le Righe.

Abbiamo deciso di partecipare allo sciopero sociale (gender strike, ndr), che è un percorso che stiamo seguendo anche se non abbiamo portato avanti nessuna azione finora.  Lo sciopero sociale porta avanti una realtà composta a sua volta da tante altre realtà. Oggi come oggi il genere è considerato come un valore nell’attività lavorativa. Perché dobbiamo comprare dei vestiti appositi per svolgere un determinato lavoro? Quanto tempo spendiamo per acconciarci prima di andare al lavoro? La nostra performance di genere viene richiesta per svolgere un determinato lavoro. Allora scioperiamo! Addirittura per alcuni lavori l’omosessuale viene richiesto, mentre la lesbica non viene nemmeno considerata. Entrambi i casi sono sbagliati.

Che importanza può avere un asterisco nella comunicazione scritta sociale?

A: Il fatto di ritrarre una maggioranza sempre ed esclusivamente al neutro maschile esclude la componente femminile, sempre ci riferiamo ai due sessi socialmente riconosciuti. L’asterisco mi permette di non incasellare una persona in uomo o donna. 

V: C’è una questione a cui tengo tantissimo ed è quella dei termini utilizzati solo al maschile. Tipo “la magistrata, l’architetta” non vengono utilizzati, quasi che la donna presentandosi al femminile venga poi sminuita. Sfatiamo questa cosa che “ministra” non suona perché non vuol dire nulla. Le lingue sono in continuo cambiamento. 

Avete mai “giocato” coi generi?

V: Abbiamo seguito il laboratorio di dragkinging inserito all’interno di una visita pisana del gruppo romano Eyes Wild Drag. Questo gruppo ha inventato il laboratorio del dragkinging, cioè stavolta è la donna che diventa uomo.

Il fine è capire quanto il tuo comportamento sia condizionato da fattori esteriori, anche il modo di guardarsi allo specchio è socialmente condizionato.

Lasciatemi sfogare cogli stereotipi. Vi depilate e portate il reggiseno anche voi?

A: Ci depiliamo e a tratti

G: Solo le parti visibili

A: E portiamo il reggiseno, ma io vorrei bruciarlo in piazza come gesto simbolico.

 

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