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Una domenica riempita dalle assenze

Questo primo weekend di novembre è stato davvero insolito per lo sport italiano. Insolito perché il campionato di Serie A non ha visto scendere in campo né l’Inter, né la Juve, né il Napoli (tre delle quattro squadre che, con il Milan, hanno il maggior numero di tifosi in Italia); insolito perché uno dei principali protagonisti (almeno nell’ultimo periodo) dell’unica storica big che ha giocato, Antonio Cassano, non era ad illuminare San Siro con il suo genio sregolato, ma sul divano di casa con un “ombrellino” nel cuore, dopo uno spavento pazzesco e un’operazione riparatrice; insolito perché nell’ultima gara del mondiale delle Moto, ha vinto un ragazzo che non ha partecipato, o meglio, che lo ha fatto non correndo, osservando i suoi amici e colleghi dalla posizione più alta di tutti. E’ stata una domenica in cui hanno pesato più le assenze delle presenze, ed è stato giusto così. Ma non per tutto.

A Valencia, lo struggente e affettuoso “minuto di casino” voluto dal papà del Sic per onorare al meglio la memoria di suo figlio, ci ha regalato momenti ed immagini di un’intensità tale che non li dimenticheremo mai: poche volte, nello sport e non solo, si era assistito ad un tributo simile. Marco, i non credenti mi perdoneranno, era lì, su quella pista, presente in un modo che noi umani non sappiamo, ma c’era, e la vittoria di Pirro nella Moto2, suo compagno di scuderia, che correva con la sua T-shirt addosso, uno che non aveva mai vinto prima d’oggi, non può essere solo un caso.

A San Siro, dove la squadra di Allegri ha demolito il Catania, non era in alcun modo possibile che non si parlasse di chi non c’era, del Peter Pan di Bari. Di uno del quale, prima di sabato scorso, non avresti mai pensato di scrivere il nome accanto a parole quali “ictus, ischemia, operazione al cuore”: uno così ispirava (e ispira, fortunatamente) tutt’altro, eppure per una settimana, e per qualche altro mese ancora, la sua assenza peserà più delle sue gesta proprio perché l’imprevisto e l’imponderabile si sono impossessati della sua vita. A presto FantaAntonio.

E veniamo alle partite che non si sono disputate, Genoa-Inter e Napoli-Juve. A Genova, l’alluvione che venerdì ha messo in ginocchio un’intera città provocando devastazione e morte (per domani è stato proclamato lutto cittadino), con lo stadio Marassi completamente allagato, onestamente non permetteva di giocare il match; la pioggia peraltro è continuata a cadere inclemente pure nelle giornate di sabato e di ieri, non soltanto rendendo effettivamente e definitivamente inagibile il campo (anche una zona degli spogliatoi è stata danneggiata), ma anche complicando i già difficili soccorsi in una città per certi versi spettrale. E’ stato un evento oggettivamente straordinario (al di là delle polemiche sulla prevenzione di cui ovviamente non possiamo discutere in questa sede), una calamità, di fronte al quale il calcio non ha potuto che fermarsi.

A Napoli però è accaduto qualcosa di veramente troppo italico, o italiano, se preferite: un temporale al mattino, per quanto violento, che però all’ora di pranzo aveva già lasciato spazio al sole, non può far decidere di non giocare, soprattutto in un campo che non era affatto impraticabile, in cinque minuti. Non si tenti di fare “di tutta l’erba un fascio” come spesso va di moda qui nel Belpaese, perché le differenze devono essere sottolineate: a Napoli non c’era un’alluvione ieri alle 13. Si dirà che non si è voluto rischiare, che è stato giusto non mettere a rischio l’incolumità degli spettatori; tutto vero, tutto quello che volete, ma va distinto l’ordinario dall’emergenza, almeno fino a che l’emergenza non c’è. A Bilbao ieri sera è diluviato per tutto l’incontro che vedeva opposti i baschi al Barça, eppure si è giocato, eppure lo stadio era gremito. In Inghilterra e Germania se ad ogni temporale non si giocasse, a maggio saremmo ancora alla quarta giornata. Spesso le cose umane sono determinate dalla volontà, e a Napoli la volontà è stata quella di non giocare, ma per motivi calcistici prevalentemente, non ambientali. La Juve era in ritiro nel capoluogo campano da sabato sera (non è che dovesse partire da Torino), perciò si poteva aspettare almeno fino alle 17, verificare se davvero la circolazione in città era problematica, e poi decidere. Invece lo si è fatto velocemente, prima di pranzo, con una riunione tra le autorità cittadine alla quale ha partecipato anche il ds del Napoli, Bigon. In una domenica di assenze, tristi, quella di Bigon in Prefettura sarebbe stata l’unica lieta: non può decidere, o influenzare una scelta, chi è parte in causa di quella scelta, e da essa può trarne beneficio. Non si tratta certo di banalizzare un eventuale problema sicurezza, ma la gestione della situazione fa tanto pensare ad una decisione ipocrita, dove più che agli spettatori si è pensato ai calciatori, a far tirar loro il fiato dopo la partita di Champions. Spesso i metodi usati per decidere indicano meglio delle ragioni ufficiali gli obiettivi che si cercano di perseguire. Poi a Napoli la situazione nella serata di ieri è peggiorata, e la pioggia caduta porterà via con sé molte delle polemiche si stavano iniziando a diffondere. E però, il fatto che alla fine una decisione possa essersi rivelata fortunata, non deve far tacere sulla probabile ipocrisia che l’ha determinata.

Ecco perché, seppur per motivi molto diversi tra loro, tutte queste assenze hanno preso il posto, per una domenica, a chi è stato agonisticamente presente.

Andrea Salvini

Redazione Sportiva

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