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Urali – BringTheEco#7

Settimo appuntamento con la rubrica BringTheEco, che anche oggi, come la volta scorsa, vi propone qualcosa di nostrano: Urali.

Non che si voglia fare gli alternativi a tutti i costi, nella maniera più assoluta, visto che qui si parla solo di ciò che ci piace… ma fa piacere vedere che in Italia c’è tanta di quella roba dietro cui perdersi in ambito musicale che è difficile a volte fare una selezione dei dischi da recensire. D’altronde, a differenza di coloro che vorrebbero l’underground solo per pochi, secondo noi più questo trova spazio e più se ne parla e meglio è per tutti. Il rischio è quello che si crei un underground di serie A e di serie B, quasi un “underground mainstream”, se ci passate il gioco di parole. Tutto ciò sarebbe alquanto deleterio, e quindi oggi segnaliamo il nuovo album di Urali, one man band del riminese Ivan Tonelli, che nonostante sia solo alla seconda uscita mostra già una spiccata originalità con uno stile che potrebbe avvicinare differenti ascoltatori.
Poi tranquilli, al prossimo giro parleremo del ritorno di Tricky e dei Suede, ma oggi va così.

Urali
Urali – Persona
(To Lose La Track, Fallodischi, 2016)
No, non si tratta di una raccolta di canti folkloristici direttamente dai monti russi, né l’opera di qualche oscuro compositore neoavanguardista perso dietro ai bzzzzzzz dei suoi field recordings. Urali è qualcosa di molto più semplice e più vicino alla maggior parte di noi: è innanzitutto una persona, come suggerisce il titolo del disco, che risponde al nome di Ivan Tonelli, ideatore e unica mente dietro al progetto, qui alla seconda pubblicazione dopo il disco omonimo di due anni fa. Ad accompagnarlo solo una chitarra, a volte acustica, a volte elettrica, a volte entrambe e la sua voce delicata, melodica senza essere stucchevole, dal sapore corale e tremendamente intima. Ivan è persona fra persone, ed è proprio questo di cui parla l’album: ogni canzone parla di persone realmente esistenti o facilmente rintracciabili nella realtà, o magari, aggiungiamo noi, di qualcuno che ancora per noi non esiste ma che è là fuori, lì da qualche parte magari ad attenderci. Dei brevi epitaffi o poemetti alla Spoon River, che da Ivan vengono quasi sussurrati su un tappeto di chitarra distorto assai slabbrato, ampio, che riempie l’aria circostante e avvolge come una coperta elettrica l’ascoltatore. Il contrasto fra le melodie vocali e gli arpeggi shoegaze dal lontano sapore drone è molto particolare, avvicinandosi agli Jesu dei primi dischi o ai Low quando la chitarra classica riesce a ritagliarsi i suoi piccoli ma intensi spazi. Come la copertina, l’impianto musicale è composta da pochi elementi e continuamente ripetuti, e proprio questo rende così particolare e affascinante “Persona” che a differenza di quello che si potrebbe pensare richiede vari ascolti per immergersi appieno nel suo mondo. Se si volesse rompere le scatole a tutti i costi si potrebbe dire che quest’album è leggermente meno vario rispetto al suo predecessore (che conteneva delle piccole gemme come questa), ma in realtà questa è solo la dimostrazione di una maggior coesione di intenti nella ricerca stilistica di Ivan. Qualcuno ha coniato l’etichetta di cantaudrone; chiamatela come volete: queste sono soprattutto storie di persone e fantasmi.

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