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[Live Report]: Arrivederci Venezia71

leone-doro-1024x1024Chiudi la valigia; prendi posto sul treno; fai un respiro profondo; ti guardi indietro, rendendoti conto con una forte dose di malinconia che ciò che stai lasciando alle tue spalle è ancora una volta un festival, quello internazionale di arte cinematografica di Venezia, che hai aspettato agognante per 365 giorni e che ti è scivolato tra le mani in un batter d’occhio; ti rendi conto che quelli che per tutti i comuni mortali sono stati 12 ordinari e noiosissimi giorni, a te sono apparsi come 12 secondi, tanto sono passati così velocemente. Sei triste, ti senti vuota e l’unica cosa che puoi fare è prendere il cellulare, aprire l’applicazione “calendario” e cominciare a contare quanti giorni ti separano dal prossimo festival del cinema (nel nostro caso, il Lucca Film Festival): 20 giorni. Un’eternità quasi.

Come ogni grande evento che si rispetti, è giusto concludere anche questa esperienza veneziana con il solito rito dei bilanci: Venezia71 è stato un festival al di sotto delle aspettative; la disorganizzazione regnava sovrana; gli attori erano perennemente di corsa, con tanti cari saluti ai fans che dalle prime luci dell’alba affollavano il red carpet o l’hotel Excelsior per accaparrarsi invano un misero autografo (o un misero elettrocardiogramma, visto i ghirigori fantasiosamente inventati da tali attori per sostituire in maniera più celere i loro nomi); i film si presentavano sulla carta come tanti piccoli capolavori, per poi rivelarsi tante piccole ninne-nanne; certo, non tutte quelle a cui abbiamo assistito sugli schermi cinematografici del Lido erano pellicole da gettare dal vaporetto quando si passava da San Marco con l’acqua alta. Ci sono stati infatti film come 99 Homes (il film con protagonisti Andrew Garfield e Michael Shannon),  Il Giovane Favoloso, The President (nella sezione Orizzonti), I Nostri Ragazzi (con protagonisti Alessandro Gassman, Luigi Lo Cascio e Giovanna Mezzogiorno) e The Look of Silence che hanno fatto in extremis da salvagente, mettendo in salvo il festival dall’affondamento totale. Ovviamente anche quest’anno nessuno di questi film (ad eccezione di The Look of Silence) si è beccato un benché misero premio.

1531808_10203897429410487_6302157328262525214_nSale pertanto il dubbio che, insieme a noi poveri accreditati e all’ancor più povero pubblico pagante, ad essersi fatta un bel sonnellino in sala tra un film e l’altro, ci sia stata anche la giuria, visto a chi è andata a consegnare i vari premi: passi Alba Rohrwacher, premiata con la Coppa Volpi femminile per la sua ottima interpretazione di Mina, la vegana fissata e psicolabile protagonista di Hungry Hearts di Saverio Costanzo  (anche se diciamolo, ha vinto facile la nostra Alba, visto la scarsa concorrenza femminile di quest’anno); e passi pure The Look of Silence, vincitore meritatissimo del Gran Premio della Giuria, che è risuscito a far commuovere perfino il solitamente impassibile e monoespressivo presidente di giuria Alexandre Desplat; ma il premio ad Adam Driver per la migliore interpretazione maschile sempre per Hungry Hearts proprio non va giù, soprattutto se a contendersi quello stesso premio c’era un Elio Germano impeccabile e commovente nei panni di Giacomo Leopardi nel film di Martone Il Giovane Favoloso; non si capisce nemmeno perché a vincere il Leone d’Argento per la miglior regia sia stato Andrei Konchalovsky quando un Alejandro González Iñárritu (anche se a dire il vero, lo zampino sembra più essere quello del direttore della fotografia Emmanuel Lubezki) utilizzando solamente tre piani sequenza, conditi insieme a svariati falsi raccordi e zoom spettacolari, ha dato vita a un film come Birdman (che poi il film piaccia o meno è un’altra cosa; qui ora si sta parlando di “regia”). Il Leone d’Oro invece non sembra destare molte critiche e la vittoria di Roy Anderson col suo A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence sembra essere bellamente accettata da tutti. Dispiace non aver visto tra i premiati nella sezione “Orizzonti” il film commovente e di una crudezza così attenuata che per questo colpisce e fa star male ancora il doppio, The President, storia della fuga di un dittatore e del suo nipotino sullo sfondo di una guerra civile in atto; a dominare questa sezione è stato invece Court dell’indiano Chaitanya Tamhane (che però io non ho visto e quindi non posso sentenziare se tale vittoria fosse o meno meritata).indiano_blog

Nulla di nuovo quindi; la 71.esima edizione del festival di Venezia anche quest’anno si conclude con i soliti dibattiti sulle varie premiazioni; i fans tornano a casa con un bottino di autografi più o meno ricco; le coronarie della sottoscritta dopo 12 giorni spesi all’insegna della vista giornaliera di Tim Roth sono provate più che mai, e l’unica cosa che ci  rimane da fare è ricominciare a fare quello che abbiamo fatto fino a quasi tre settimane fa: prevedere (senza riuscirci) chi il prossimo anno calcherà il red carpet veneziano e ricominciare il caro e vecchio countdown.

Arrivederci Lido di Venezia; arrivederci red carpet e hotel excelsior; arrivederci dormite in sala e notti insonne; arrivederci tra 358 giorni…

Elisa Torsiello per Radioeco

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