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Verso il mito. Report live terza serata al Pistoia Blues 2011

E’ arrivato il momento di scrivere l’ultima pagina di diario di questo Pistoia blues 2011. Era la notte del New York City man. Una notte che è stata insieme la promessa e la realizzazione di una fuga poetica verso il mito. Ma non bruciamo le tappe con il racconto perché vogliamo rendervi partecipi dei colori che via via hanno composto l’ultimo atto di questa nostra sortita pistoiese.

 

Partiamo da Pisa con qualche ritardo, al resto del ritardo contribuisce il traffico dell’autostrada e infine la difficoltà di trovare un parcheggio a Pistoia. Il pomeriggio pare quindi rivelare auspici non proprio incoraggianti. Quando arriviamo in Piazza Duomo è ancora tutto deserto, i tecnici di palco sistemano ancora la strumentazione, in platea non c’è nessuno, e un sole africano ci martella le teste. Poco male, vuol dire che non ci siamo persi ancora nulla. Ci fiondiamo a Piazza della Sapienza, dove c’è l’Orange Jazz Club, in cui si esibiranno – pare – il Quartetto Consonanza (composto da quattro elementi del Maggio Musicale Fiorentino) alle prese con un repertorio di Claude Bolling, compositore francese noto per i suoi brani che mescolavano classica e jazz.

 

Prima di entrare all’Orange, siamo fermati dal responsabile dell’ufficio stampa del Pistoia blues che ci presenta un cantautore veronese, Ruben, che intervisteremo poco dopo. In realtà la presentazione avviene con il malcelato scopo di farci intervistare l’artista. Noi l’avremmo intervistato comunque, perché ci piace conoscere nuove realtà musicali. Però ci hanno infastidito i modi del signor “ufficio stampa”. Tutto deriva dal fatto che questo ufficio è stato dato in gestione ad un’impresa, la quale funziona anche come ufficio stampa di molti degli artisti che abbiamo conosciuto in queste tre serate a Pistoia, sicché non è difficile scorgere dietro l’angolo un potenziale conflitto d’interessi. Ci ha spinto a intervistare i nomi della loro “scuderia”, e ci ha contestualmente tenuto fuori dall’accesso alle interviste dei “big” (laddove osano i grandi network). Ma questo ci starebbe pure bene, purché ci sia reso noto con trasparenza al momento della consegna dei pass stampa. Invece c’è stata la pretesa sottaciuta di utilizzare Radioeco e Ustation come braccio di un’impresa privata, e questo non ci sta bene. Considerando anche che il nostro lavoro è “volontario”, il pass stampa non è da considerarsi un pagamento per un servizio da realizzare per conto terzi. Noi rispondiamo solo ai nostri lettori e ascoltatori, e lo diciamo in forza della nostra esperienza e di tutti i festival a cui abbiamo preso parte e in cui non abbiamo riscontrato queste ambiguità.

 

Ma tralasciamo tutto questo, perché il resto della storia della serata è di ben altro tono e merita più attenzione. Dunque… siamo rimasti al concerto del Quartetto Consonanza. Siamo stati letteralmente incantati da questa formazione: c’è una viola, un piano, contrabbasso e batteria con spazzole. Grande atmosfera, il repertorio lascia spazi a virtuosismi di piano e viola. Scattiamo qualche foto, poi fermiamo il violista (e violinista) Ladislau Petru Horvath per complimentarci e realizziamo un’intervista per divulgare questa realtà musicale d’eccellenza. Radioeco ancora una volta si confronta piacevolmente con la musica classica.

 

Poco dopo incontriamo una seconda volta Ruben, senza la presenza pesante del signor “ufficio stampa”. E realizziamo un’interessante intervista. Ruben è infatti un cantautore con una decennale carriera alle spalle e con quattro album all’attivo. Non è difficile capire che ci stiamo confrontando con un professionista. Avremo poi modo di ascoltare la sua esibizione all’Orange intorno alle 23.45, subito dopo il concerto di Lou Reed.

 

Insieme con Ruben facciamo strada da Piazza della Sapienza sino a Piazza Duomo. Arriviamo appena in tempo per sentire l’entrata dei Gruntroots, formazione lucchese guidata dalla voce potente di Patrix Duenas. Duenas, oltre che cantante e polistrumentista, è una figura di tutto rispetto per le collaborazioni internazionali che lo hanno accompagnato negli anni. Quello che ci regalano i Gruntroots è un sound black ispirato agli anni 60 e 70. I compagni di Duenas sono esperti musicisti e lo si apprezza al primo ascolto. Subito dopo il concerto li andiamo a cercare per complimentarci, perché non ci aspettavamo davvero che nella vicina Lucca si facesse un blues così viscerale e che si nascondessero figure così carismatiche.

 

Nel frattempo suonano gli Alta Pressione, gruppo che propone un pop-rock senza infamie e senza lode. Il pubblico dalle retrovie grida “si vole il blues”… giustamente!

 

E’ dunque la volta di Hilary Thavis & Gaia Groove sul palco, formazione romana che propone un blues genuino. Il fatto che provengano da Roma è una mezza verità, la cantante -infatti- è originaria del Minnesota e si porta dentro tutto lo spirito blues della regione dei Grandi Laghi tra le eleganti increspature della sua voce. Mirabili anche la chitarra, il basso e la batteria del gruppo, segno di una esperienza di lungo corso. Sono i vincitori di Sonorità emergenti, il contest che ha portato tre band ad aprire rispettivamente le tre serate del Pistoia Blues. Si fanno apprezzare ben presto dal pubblico che attende Lou Reed, con una miscela di Delta blues e sviluppi contemporanei del genere. Siamo davvero contenti di fare questa conoscenza. Li braccheremo poi a fine serata all’Orange club, in occasione di una loro seconda esibizione.

 

Mentre suonavano Hilary e i Gaia Groove, noi abbiamo varcato il confine della legalità, o meglio ce ne siamo infischiati delle norme più balorde del Pistoia blues, norme che non abbiamo mai visto in nessun festival prima d’ora. In pratica coloro che detenevano i pass stampa non potevano avere accesso al back-stage, ma non solo… non potevano neppure avere accesso in platea. Avremmo dovuto in pratica stazionare come degli appestati, in quarantena, sui lati periferici della piazza, senza vedere nulla di quanto c’era sul palco. Questo ci sembrava un insulto dopo ore e ore di lavoro in questi tre giorni, allora volontariamente abbiamo occupato abusivamente dei posti numerati in platea. Ci siamo altrettanto volontariamente tolti di dosso i pass stampa, perché la sicurezza ci avrebbe immediatamente identificato e allontanato. Abbiamo tenuto posizione per una mezz’ora circa, in prima fila. Purtroppo la nostra Caterina (il lato femminile di Radioeco) è caduta nel corso della missione, cioè è stata costretta a cedere il posto al legittimo possessore, poiché i posti erano numerati. Dopo che si è alzata le è stato impossibile prendere un qualsiasi altro posto ed è stata gentilmente condotta fuori dalla platea per mano della sicurezza. Non c’è stata neppure la possibilità che andasse sottopalco per scattare qualche foto, perché il nostro pass era assolutamente inutile sotto ogni profilo. Ma l’altro collega, lo Spinelli, sotto la mia esortazione, rimaneva con me a tenere posizione. Abbassavamo il capo, come se fossimo in una trincea dell’Isonzo durante la Grande Guerra. Non dovevamo farci sgamare. La fortuna ci ha infine arriso, perché nessuno è venuto a reclamare quei due posti… e finalmente entra Lou Reed. Noi siamo più che felici, siamo in estasi.

 

Lou Reed si fa porgere la chitarra, come un sacerdote si fa porgere il Vangelo in cui leggerà. E inizia la liturgia. La presenza di artisti di squisito valore rende questa performance qualcosa di tecnicamente perfetto, difficile da spiegare con parole. Come faresti d’altra parte a rendere in prosa un verso di poesia? C’è solo da ascoltare, zitti, con la faccia pietrificata in un sorriso. Lou Reed si atteggia quasi a direttore d’orchestra dando i segni di attacco o di chiusura dei pezzi. E’ davvero una situazione liturgica. Il suo salmodiare è reso ancora più solenne dalla sua voce matura, come si trattasse di poesia tramandata dai padri ai figli. C’è la storia della musica sotto i nostri occhi. Il repertorio è quello degli anni settanta, non senza qualche sorpresa, come Ecstasy, oppure la cover di Mother di John Lennon. Ma il picco è l’incedere epico di Venus in furs, mi ha gelato il sangue. Da ventisei anni aspettavo di sentirla così, con quell’arrangiamento, con quel rullo di timpani, con quel violino e soprattutto “quella voce”. E’ un rapimento dei sensi seguire i minimi movimenti di quella voce. Non ci credi ancora che non ti hanno ancora cacciato dalla prima fila, e sei lì a guardarlo a una manciata di metri di distanza. Quando finisce il pezzo mi guardo un po’ attorno per fare il punto della situazione. Il pubblico ha una media d’età più alta rispetto alla seconda serata. Ci sono molte signore e signori di mezza età. Alcuni si agitano come se avessero il sangue fresco degli anni settanta, altri invece sono mummificati, tipo le tre tipe che abbiamo a lato. Non hanno accennato con le labbra un solo verso, niente, manco un sorriso. E’ quella classica borghesia che va a vedere Lou Reed solo per raccontarlo alle amiche il giorno dopo durante le riunioni del tè. Queste cose fanno incazzare il mio spirito rock’n’roll.

Dopo queste mie analisi sociologiche mi concentro di nuovo sul concerto. E’ la volta di una sessione acustica, con contrabbasso, violino e chitarra acustica. Spicca per intensità, manco a dirlo, Sunday Mornig. Di una dolcezza disarmante. Poi riprende la fase elettrica con tanti altri successi del “NYC man”, per esempio Sweet Jane che fa cantare un po’ tutto il pubblico, tranne le tre accanto a noi.

Io giro qualche breve video, per mandarlo al profilo facebook di Radioeco, in diretta. Non posso che condividere la fortuna di trovarmi lì. Scatto anche qualche foto, la posizione mi aiuta molto. Però temo sempre che arrivi qualcuno a prendermi di peso. Infine il nostro Lou Reed conclude la prima sessione di concerto e sparisce dal palco dopo aver presentato i musicisti. Riapparirà dieci minuti dopo. E qui scatta il parapiglia. Tutti se ne infischiano delle sedie, dei posti numerati, e si accalcano in prima fila, davanti alle transenne. Io faccio in tempo a raggiungere una posizione soddisfacente, e seguo Lou Reed per gli ultimi tre pezzi. Il maestro è visibilmente “preso bene” dal fatto che non si trovi più di fronte un pubblico ingessato. Sai che palle fare rock’n’roll di fronte a un pubblico seduto. Tempo di realizzare che finalmente ci siamo liberati di tanti orpelli, e stiamo vivendo un concerto rock come è naturale che si viva, che Lou Reed ripresenta nuovamente i nomi dei suoi collaboratori e ringrazia con affetto il pubblico mimando un abbraccio. La liturgia si conclude. Il pubblico non accenna a diradarsi. Arrivano poi i tecnici di palco che lanciano i plettri usati durante il concerto, e riesco ad afferrarne uno.

 

Cerco il collega Spinelli nella calca e insieme ci dirigiamo verso l’uscita. Qualche chiacchiera e abbraccio alla nostra Caterina che purtroppo ha seguito il concerto da lontano, e subito partiamo alla volta dell’Orange. Qui troviamo il nostro Ruben alle prese già con il suo live. Faccio in tempo ad apprezzare che il suo stile si muove sulla falsariga di Fossati nella versificazione, ma con un linguaggio proprio. Poi esco perché lo stomaco si fa sentire, quindi ci dirigiamo dal nostro panificio pistoiese di fiducia, e torniamo nuovamente all’Orange. Prima di arrivare sul posto passiamo per una strada dove un palo di ferro casca in testa su due ubriachi fradici. Noi ci sinceriamo della loro incolumità, ma questi qui se la ridono a crepapelle. Pare dunque che stiano bene.

 

Si va tutti all’Orange. Stavolta siamo in tempo per assistere a metà del concerto di Hilary Thavis & Gaia Groove. Da vicino sono spettacolari. Sembra che stiano parlando con te. Io personalmente mi sono lasciato rapire dalla sua voce, e da una Gibson semiacustica suonata con il bottleneck. Tanta roba per davvero. Hanno anche fatto un pezzo intitolato “Neruda blues”, cantato in italiano, accennando i primi versi di una poesia attribuita al buon Pablo. Notevoli per tecnica e senso dello spettacolo. Poco dopo la fine del concerto mi complimento con loro e chiedo se sia possibile realizzare un’intervista. Di buon grado accettano e ci facciamo una piacevolissima chiacchierata sulla scalinata sotto il loggiato di Piazza della Sapienza.

La chiacchierata poi continua anche a telecamere spente. Si parla di blues, di festival scandinavi, di Minnesota e di locali romani. Mi sento proprio a mio agio.

 

Ci congediamo poi da Hilary e dagli altri ragazzi e ci dirigiamo verso il centro. Una montagna invereconda di bicchieri di plastica, bottiglie e altro pattume costella la pavimentazione di Piazza Duomo. Solo agli astigmatici questi rifiuti sembrerebbero fiocchi di luce adagiati per terra. Ci spostiamo verso i luoghi della movida. E la movida c’è… all’una di notte di domenica. Arriviamo in una piazza che sembra un po’ piazza delle Vettovaglie un po’ piazza dei Cavalieri (le analogie con Pisa sono d’obbligo). La gente sembra la stessa, c’è anarco-fricchettanza delle grandi occasioni, devastazione alcolica, profumo di deodoranti misti a sudore, qualche cane insonne che si aggira furtivo. E’ tutto molto underground. Facciamo una passeggiata per le strade che in questi giorni hanno ospitato bancarelle di tutti i tipi. Dal “porchettaro” avvistiamo una figura a metà tra Giovanni il Battista e Rasputin. L’idea era quella di fermarlo per chiedergli perché ce l’avesse con i Romanov, ma avevamo una dignità da portare a casa.

 

Salutiamo gli amici che ci avevano seguito, e ci accingiamo al ritorno verso Pisa. Ci portiamo a casa un ampio bagaglio d’incontri e di sorprese. Abbiamo ascoltato la grande musica del passato, ma anche gli slanci del presente.

Ascoltiamo i Doors in macchina, e ci fermiamo in un autogrill, leggiamo il futuro nei fondi del caffè. E il futuro che abbiamo visto per la musica è più luminoso della notte contraddittoria del giornalismo e del business.

 

Giuseppe F. Pagano

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