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Viareggio Europacinema: famiglia, memoria storica e amore per il cinema.

Si è da poco conclusa la XXIII edizione viareggina del Festival del Cinema Europeo, svoltosi dal 10 al 14 dicembre. «Un’edizione», così l’ha presentata il direttore artistico, prof. Pier Marco De Santi, «che potremmo definire “di emergenza”, segnata profondamente dalle ben note difficoltà economiche e finanziarie».

Nonostante ciò, qualità ed impegno non sono mancati: è stata una vera e propria “full immersion” quella in cui si sono cimentate la giuria studentesca, composta da 50 studenti provenienti dall’Università di Pisa, e l’altrettanto numerosa giuria popolare degli appassionati del cinema viareggini nel dibattere animatamente il film vincitore di questa edizione. Dodici infatti erano i lungometraggi in concorso, selezionati tra circa 150 titoli giunti agli organizzatori da ogni paese del Vecchio Continente. Inoltre, la possibilità di incontrare i registi Alessandro Tofanelli, Gianni Amelio e Paolo Benvenuti ha permesso soprattutto agli studenti di sviluppare vere e proprie conversazioni sul cinema a tu per tu.

La maggioranza dei film in concorso ha tracciato il profilo di una situazione familiare. Un padre assente che tenta di recuperare il rapporto con il figlio è il protagonista di “Women and Children” (di Daniel Mitelpunkt, Regno Unito, 2011); la felicità e l’amore spezzati dalla morte e la follia con cui si risponde a questo dolore, sono i temi di “Father, Son & Holy Cow” (di Radek Wegrzyn, Germania/Polonia/Finlandia, 2012). La famiglia, ancora, è quella che si cerca di recuperare nonostante il divorzio in “Everybody in our family” (di Radu Jude, Romania/Olanda, 2012); in The Graveyard’s keeper’s daughter” è quella degli ostinati pessimi genitori che ottengono una chance dalla vita, sebbene a caro prezzo  (di Katrin Laur, Estonia, 2011); quella invivibile e disturbata che mette a dura prova i tre protagonisti di “Bloody Boys” (di Shaker K. Tahrer, Svezia, 2012); in “Love 

and other troubles” è l’incontro-scontro tra un genitore un po’ troppo eccentrico e un figlio più posato e timido (di Samuli Valkama, Finlandia, 2012); la famiglia dei bambini che ancora devono nascere e la vita che li aspetta, nel contesto della crisi economica di Atene e della follia dell’uomo, evocata all’inizio del film in una citazione di Nietzsche, in “The City of Children” (di Yorgos Gikapeppas, Grecia, 2011).

Il film vincitore del festival, “Rose” di Wojtek Smarzowski (Polonia, 2011), combina elementi tecnici e narrativi di altissimo livello: fotografia ineccepibile, musiche da brivido. È un film intenso e spettacolare che si incarica di portare alla luce un evento poco conosciuto della storia europea novecentesca: la distruzione da parte di Russi e Polacchi dell’etnia Masuri, nell’omonima area geografica della Polonia orientale, alla fine del secondo conflitto mondiale. La storia ha fatto irruzione violentemente, mentre le immagini degli orrori della guerra correvano l’una appresso all’altra sul grande schermo.Forse non è azzardato interpretare la forte presenza di questo tema come un tentativo di recuperare il legame con una famiglia dalla quale non si può prescindere nel bene o nel male, o il diritto ad averne una, come risposta alla mancanza di rosee prospettive sul futuro. Tutt’altro che prototipi da pubblicità, queste famiglie sono presentate nella loro più attuale conflittualità. 

Non sono mancati film più vicini a generi codificati: è stato il caso di “Rapid Response Corps” (regia di Stanislav Donchev, Bulgaria, 2012) commedia al massimo della demenzialità che è se non altro ha sciolto in un sorriso l’intensa giornata di proiezioni. Invece “Labyrinth” (regia di Tolga Ornek, Turchia, 2011), la storia di un gruppo di ufficiali dell’intelligence turca alle prese con un’organizzazione terroristica islamica, è un film d’azione e di spionaggio, che per fortuna ci risparmia inseguimenti di auto lanciate a folle velocità privilegiando un tipo di azione dettata dall’intelligenza e dal sentimento. “Taped” (regia di Diederik Van Rooijen, Olanda, 2012) è stato un film esemplare per la capacità di gestione della suspence: dopo i primi venti minuti circa comincia un’escalation di eventi che tiene lo spettatore sul filo del rasoio e incollato allo schermo.

Altro che esperienza di nicchia, il cinema europeo è vivo e in fermento, ma oggi fatica moltissimo per circolare anche all’esterno del Paese di produzione. È arrivato il momento di dargli tutto il supporto che merita.Mi concedo un’opinione personale su un film che credo sia una grandissima dimostrazione di amore per il cinema: è lo spagnolo “The Artifice”, del 2011, diretto da Josè Enrique March ed interpretato magistralmente da Enrique Belloch nei panni di un anziano regista alla fine della sua carriera ed esistenza. Il morbo di Alzeheimer minaccia la sua identità, i suoi ricordi, la percezione dei suoi legami affettivi. Il film stesso non fa altro che riflettere il dedalo di angosce che lo perseguitano, in cui la coscienza della malattia si mescola a quella del fallimento personale.

Ma c’è un significato ulteriore, da cogliere proprio nella tecnica concreta in cui il film è stato realizzato: nella forza delle immagini, in quei colori contrastanti e le tinte di nero e di rosso con cui viene pian piano dipinta la scenografia di una mente in declino, nelle musiche, nei dettagli sui protagonisti, quasi un gioco alla Méliès.

Anna Basteri 

Redazione News

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