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Violenza quotidiana: ‘Cosa vuol dir sono una donna ormai?’

Violenza quotidianaA dieci giorni dal 25 novembre, giornata nazionale contro la violenza sulle donne, dopo tanti commenti letti e sentiti, dopo tante parole spese a favore e in difesa della donna, riflettiamo su cosa significhi essere donna oggi. Libere? Potenti? Indipendenti? È davvero così? E soprattutto, le parole spese sono realmente specchio della mentalità moderna o si tratta forse di falsi buonismi da spendere in occasione di una ricorrenza annuale per entrare così a far parte dei tanto criticati trend social che spopolano nella rete?

Mettiamoci la faccia e raccontiamo un episodio di violenza quotidiana perché nessuna storia resti inascoltata e per spiegare, come cantava Lucio Battisti, “cosa vuol dir sono una donna” oggi.

Per quanto mi riguarda, di solito attribuisco la stessa credibilità ai tipici commenti per la celebrazione della donna, a quella che attribuirei a Pupo se mi dicesse che lo hanno preso a giocare nell’NBA. Non che non sia un bene diffondere l’idea secondo la quale le donne non si toccano nemmeno con un fiore, intendiamoci. Dico solo che affermarlo un giorno all’anno per poi passare sopra o addirittura essere gli artefici delle violenze silenziose, quotidiane, e spesso giudicate trascurabili che ogni donna è costretta ad affrontare, non ha un gran significato.

Può darsi che sia particolarmente sfortunata rispetto alla donna media, ma intorno a me vedo esempi continui di violenza quotidiana. Possibili futuri datori di lavoro che durante il colloquio, con estremo candore, domandano: “Lei ha intenzione di avere figli nel futuro prossimo?”. Donne che si sentono importunare da più tipi su un mezzo pubblico mentre il resto dei passeggeri se ne resta, indisturbato, a pensare ai fatti propri. Ragazzi che, con la scusa di aver bevuto un bicchiere di troppo, decidono di abbandonare i mezzi più banali del corteggiamento in favore di una decisa strattonata che ti costringe a ritrovarti il loro fiato ad un centimetro dalla faccia. E in tutto questo, devi essere anche abbastanza lucida da non prendertela e reagire.

Perché essere donna oggi, caro Lucio, significa non avere paura. Non ce lo possiamo permettere. Significa apprendere fin da bambine a calcolare i rischi e a reagire nel modo più intelligente possibile, quello che ti garantirà di tornare a casa, anche se con una storia in più da raccontare. Significa valutare bene il proprio abbigliamento e trovarsi un’amica con cui uscire la sera, evitando di rimanere sola in strada. Perché se le cose dovessero mettersi male, la gente non abbia da lavarsene le mani con il classico, intramontabile del resto, se l’è cercata solo perché la ragazza in questione indossava una gonna più corta del solito, o perché non se n’è stata zitta di fronte alle avances fisiche di un qualcuno qualsiasi.

Vedi Lucio, è proprio questo che mi fa perdere le staffe. Perché credimi, le persone che propongono questi commenti sterili, o che ti ridono in faccia quando racconti l’abuso alla dignità che hai subito, o ancora quelli che sono fautori di violenze del genere, trascurate perché le ho toccato un seno, mica l’ho stuprata, poi sono le stesse che il 25 novembre offrono perle di saggezza al genere umano con monologhi degni di uno sceneggiatore di Broadway.

Perché vedi, basterebbe poco perché queste donne, noi tutte, ci sentissimo se non più sicure, almeno più libere di esprimerci, meno sole. Basterebbe ascoltare. Basterebbe non ridere in faccia ad un viso spaventato o turbato. Basterebbe ricordare che rispettare una donna non è niente di scontato e quindi trasgredibile, è un dovere sacrosanto a cui tutti siamo tenuti, perfino noi donne.

Allora che fare Lucio? Che fare per cambiare le cose, o almeno per provarci? Le parole le porta via il vento, si sa. Ma le storie no. Le storie restano nella coscienza ed affiorano di tanto in tanto e ci costringono a ricordare. Allora forse sta a noi, ragazze, donne di tutte le età, metterci la faccia. Raccontare perché tutti siano coinvolti, un episodio della nostra quotidianità rubata, perché queste storie restino nella coscienza di tutti.

Ed io lo faccio. Non ho paura di raccontare di aver scoperto la mia femminilità, il mio essere donna, nel modo peggiore. Importunata quando ero poco più di una bambina da un nessuno di mezza età che sul treno mi toccava col piede su e giù per le gambe mentre chiacchierava distrattamente con gli alti passeggeri. Come se non esistessi, come se non lo stesse facendo veramente. Tanto da farlo credere anche a me. Un nessuno sicuro del suo potere su di me, che ha studiato bene le sue mosse, che era sicuro del silenzio spaventato di una ragazzina, e che comunque avrebbe sempre potuto difendersi dicendo che me l’ero immaginato.

Io non ho paura di dirlo ad alta voce, e voi?

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