Wilco - The whole love - Radioeco
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Wilco – The whole love

Wilco

The whole love

dBpm Records, 2011

E siamo ad otto!

Aspettavo con fermento questo album, pubblicato a due anni di distanza dall’omonimo Wilco, disco di qualità ma decisamente al di sotto della media, se paragonato alle chicche cui la band americana ci ha abituato.

L’attesa si è fatta insostenibile in seguito all’apparizione, a fine del marzo scorso, del mitico front man Jeff Tweedy ad un programma televisivo canadese: il nostro si è cimentato nell’esecuzione della magnifica Born Alone, brano che è poi andato a costituire la sesta traccia del loro ultimo lavoro (Grazie diotube!).

Ascolto la open track, Art of Almost, e rimango stupito: non era quello che mi aspettavo dai Wilco. Nonostante ciò, mi piace e la ascolto volentieri. Mi rendo presto conto di trovarmi di fronte ad uno dei brani più sperimentali, di quelli che possiamo trovare in ogni disco dei Wilco. Sette minuti di ritmiche spezzate e beat sintetici che sfociano in una chitarra dal gusto progressive rock. Davvero un bel pezzo.

Le tracce successive scorrono una dietro l’altra, armoniose ed omogenee. Un misto di serenità e malinconia trasuda sia dai testi che dai ritmi sostanzialmente lenti. Verso la metà dell’album, alzo lo sguardo alla playlist per assegnare le dovute stelline a Born alone e, poco dopo, a Capitol City. L’ultima traccia, One Sunday Morning (Song For Jane Smiley’s Boyfriend), è un brano lento e cullante, una buonanotte lunga 12 minuti che, ponendosi in netto contrasto con la prima traccia, si dimostra pienamente adatta a concludere un percorso.

Riascolto l’album un paio di volte, assegno qualche altra stella qua e là e decido che anche The Whole Love avrà il suo meritato spazio nel mio lettore mp3, assieme a Yankee Hotel Foxtrot, A Ghost Is Born e Sky Blue Sky, altri tre album fondamentali della band.

In questo lavoro c’è tutto ciò che mi aspetto dai Wilco: il rock, il folk-country, il pop e qualche scheggia di rock sperimentale. Le influenze beatlesiane sono lì al loro posto, ben amalgamate con quelle folk (modello Woody Guthrie). Sicuramente farà parte dei miei dischi preferiti di questo duemilaundici. Anche questa volta la band, una delle colonne portanti del rock americano contemporaneo, ha ottenuto la mia fiducia. Complimenti, di nuovo.

Rocco Felici

Redazione musicale (A.Mu.Re.)

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